Un analisi sulla solitudine, da sostituta della nociva dipendenza a elogio, doloroso, dell’uno. Contro tutti
Trovati un marito, una spalla, il bastone della vecchiaia, un figlio che possa sorreggerti quando al posto delle gambe avrai due würstel molli. “Ti accompagno, mica vorrai andare da sola?”. Fa’ che il tuo passo proceda su, accanto, dietro, a quello di qualcun altro. “La solitudine è una brutta bestia”, impara ad evitarla. Le ricette della nonna che ti ho conservato sono per un minimo di 4 persone. Ricordati: dove mangiano due, mangiano tre. Rendi la tua cucina un impero in festa, non comprare la moka piccola perché anche Troisi dice che “fa assaj triste”. L’uomo è un animale sociale. Animale, ovvio, ma sociale.
Poi arriva l’elogio della solitudine. Impara a stare da solo, ti dicono. Impara ad amare prima te stesso, sei “l’unico con cui passerai il resto della tua vita”. Inizia a preferire un buon libro ( a trovarne), una tazza di the (il vino aumenta l’acidità gastrica), un gatto che ti dorme sul petto (i gatti sono di gran lunga meglio dei cani, sono così autonomi!). Studia, trovati un lavoro. Senza un uomo puoi farcela benissimo, guarda il business dei Sex Toys. Sono meglio del pene. Se ti senti sola apri Bumble, Tinder, Hinge: sii onesta e dì che non hai bisogno di niente, se non di qualche ora lieta. Poi si torna a casa, da sola, in taxi, senza cerimonie e prospettiche citazioni. Eventualmente, ritorna al famoso libro con the e gatto. Ricomincia come sopra.
La verità è che non ne posso più di questa retorica della solitudine. Il monito arriva inoltre sempre dalle persone più sbagliate e incoerenti, ma sarà un caso. Il passaggio da una dipendenza sociale, che aveva l’acre sapore della non-libertà, ad un eccesso di spaiatezza e isolamento, è tuttora ignoto. Quello che so (e che sembrano sapere tutti i miei coetanei della GenZ) è che ci si sente in difetto a dire che “provo solitudine” senza conferire a questa asserzione né un’aurea patetica né super eroica. Si annuisce mestamente alla psicoterapeuta che decanta l’Eden a cui si rinuncia con la naturale inclinazione all’altro. Anche qualche amica, fidanzata con poca convinzione o single per pura scelta del fato, ricorda che solo è bello. Finché non tocca a lei.
La società, tutta, sembra applaudirci quando usciamo al mattino per andare a lavoro dicendoci “Wow, è così che si fa, siete una forza!”. Al lavoro, noi donne siamo gatte (ancora loro) in meno da pelare.
Eliminando la condivisione tossica (dipendenze e co-dipendenze, rapporti forzati o non scelti e essere disumani che hanno messo alle nostre caviglie catene trasparenti ma solo agli occhi degli altri) ci chiediamo: cosa vi abbiamo fatto di male se amiamo immaginare due palline di gelato anziché una? O la pasta formato famiglia anziché una vellutata di verdure monoporzione? Le lamentele di qualcuno al ritorno a casa anziché le mie che rimbombano tra le pareti?
Tra mestizia, dubbi e civilissima battaglia personale, auspico una libertà di essere libera, gradevole, partecipata. Se ci/vi va.
di Raffaela Mercurio

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