Con Parthenope, Sorrentino è ritornato sul tema del rimpianto e di Napoli. Gli 883 hanno cantato Pavia in tv: è ora di fare pace con le radici
Paolo Sorrentino è l’incarnazione tenace del napoletano a Milano, del siciliano a Torino, del calabrese a Padova. Ma anche, se vogliamo allargare lo spettro, dell’italiano in America: un piccolo puntino incastrato tra i grattacieli, sempre in bilico tra bisogno di rivalsa e voglia di piangere.
Ce lo ha dimostrato nell’ultimo film Sorrentino: Parthenope è un’accozzaglia di ricordi, di nostalgie e rimpianti di gioventù tra le urla e la decadenza di una Napoli che non smette mai di essere così ingombrante e indecifrabile. Un inno a quello che si sarebbe potuto dire, a quello che si sarebbe potuto fare, a quello che si è fatto ma senza convinzione. Nel mezzo, perle di fotografia di cui Sorrentino è maestro, eccessi di aforismi alla Federico Moccia e quel finale, disincantato e patetico, di Stefania Sandrelli che guarda estasiata l’opera di ingegno di un carretto in festa allo scudetto del Napoli. Ah.
La chiave del rimpianto ( e a mio avviso dell’intero film) sta però nella figura dell’atomica Luisa Ranieri. Nella pellicola, interpreta una non troppo velata Sofia Loren: colma di livore e risentimento, al contempo emblema e acre nemesi della napoletaneità.
Parallelamente (e mi scuso per il volo pindarico che sto per spiegarvi, giuro) in questi giorni abbiamo assistito alla chiusura della fortunata prima stagione di “Hanno ucciso l’uomo ragno” di Sydney Sibilia sull’ascesa degli 883, fenomeno anni ’90 di provincia (eccallà) di cui tutti serbiamo almeno un ricordo.
Quale punto in comune? La provincia che ritorna. Le origini che ci ossessionano, il più delle volte espresse e vomitate nell’arte, dal cinema alla letteratura. Non si contano gli esempi, italiani e non, che hanno fatto delle proprie origini la propria ossessione o punta di diamante: Fellini con la sua Rimini, James Joyce con Dublino, Bruce Springsteen con la sua America, De Andrè e la sua nostalgica Genova, Lucio Dalla e la sua Bologna (solo per citarne alcuni).
C’è qualcosa di ingombrante che resta dentro: delle radici impossibili da estirpare, un certo modo di intendere il mondo, l’esigenza di dare un senso alla propria nascita. Come una sorta di eroico viaggio in cui bisogna raccogliere tutto il possibile, compreso quello di cui non ci importa proprio niente, solo per l’esigenza di poter ritornare da dove si è venuti e restituirlo.
Sorrentino lo fa con Napoli, da sempre. Non riesce ad afferrarla, lo perseguita, ci prova in (quasi) ogni film con il risultato di averci anche un po’ stufato. Anche stesso Cecchetto nella serie tv di cui sopra dice a Max Pezzali: “Non farmi sentire altre canzoni su Pavia e la provincia: non frega un cazzo a nessuno“.
N.d.A. Frase smentita dal signor Cecchetto in persona, ma questa è un’altra storia.
Ma forse la morale è che bisogna essere un po’ incazzati, un po’ tristi e sicuramente annoiati per muovere il fuoco della creatività: bisogna avere fame e immaginare quel treno che ti riporta da anni dalla tua comfort zone alla metropoli come una cicogna in grado, miracolosamente, di far nascere delle cose. E non sono sempre belle. A volte, fanno male.
Però, magari, un percorso con uno psicoterapeuta per per potare le radici marce, perché no?

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