La serie geniale

Una considerazione sull’ultima stagione de il fenomeno “L’amica geniale”, in onda da ieri su Rai1

Lila e Lenù, Napoli e il Nord, il putrido e il riscatto: l’ultima stagione della serie tv “L’amica Geniale” tratta dai romanzi di Elena Ferrante è finalmente andata in onda, dopo una presentazione sommessa al Festival del Cinema di Roma scorso e un’ovazione generale al tour di presentazione americano.

Finalmente (stando agli ascolti appena resi noti da Fandango che si portano a casa il 21,1% di share, non poca cosa per una serie in onda su mamma Rai) l’ultimo atto della vita di Lila e Lenù prende vita questa volta sotto la regia di una donna, Laura Bispuri, e diventa clamore anche in Italia dopo che il New York Times ha decretato la quadrilogia de “L’amica geniale” come il “miglio libro del 21° secolo: leggerlo è come andare in bicicletta sulla ghiaia“.

Nelle prime due puntate, andate in onda ieri sera, c’è una frase che più di tutte mi ha colpito racchiudendo, a mio avviso, l’intero nucleo della storia: “Nino Sarratore? La sua è un’intelligenza senza tradizione: non è nessuno e per chi non è nessuno diventare qualcuno è molto più importante di qualunque altra cosa”.

“L’amica geniale” non è una storia d’amicizia: è una storia antica, le cui radici risultano talmente profonde che si fa fatica a capirne l’inizio e il senso e le cui conseguenze si rifugiano impavide e resistenti fino ai giorni nostri. Chi saremmo oggi se fossimo nate in un altro luogo rispetto a quello che noi definiamo casa? E cosa significa davvero casa? Chi sarebbe quella nostra amica, ora, se avesse saputo di avere un’altra opzione all’essere donna e madre, se avesse impugnato i libri anziché il mestolo e qualcuno gli avesse detto di avere la libertà di diventare chi e cosa voleva?

Il peso delle origini che si rinnova, sempre. Che ti butta nel fango proprio quando stavi scalando la tua personale montagna d’oro. In Lila, che nasconde la sua intelligenza e diventa una “tipica donna del rione” trasferendo nell’amica le sue aspettative e la sua frustrazione. E in Lenù che quella scuola la conclude a dispetto di ogni aspettative e possibilità, arrivando a diventare scrittrice, moglie di un benestante, madre di due bambine ligie che non conosceranno mai né la miseria né il marcio di quel rione.

Entrambe, insieme, sempre invidiose l’una della potenza feroce dell’ignoranza e della remissione e l’altra, del riscatto e della scalata sociale solo apparente della “spatriata”.

E chi sono, queste due anime, se non la stessa donna al giorno d’oggi? Ancora indecisa se continuare il cammino che le era stato destinato ancor prima di venire al mondo o dimostrare di essere diventati qualcuno. Ma qualcuno per chi?

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