Ma non siete stanchi di comprare cose che non vi servono?

Ogni settimana il 44% degli utenti di Instagram effettua acquisti sulla piattaforma. Con un semplice clic e senza preoccuparsi particolarmente di quello che significa per il portafoglio ma anche per la propria libertà.

Sei alla quinta pausa bagno (che, diciamolo, dovrebbe valere tanto quanto quella sigaretta) e le cose da fare per staccare la mente dall’ennesimo file excel non sono moltissime. In ordine: passeggiare in tondo per far passare il tempo, azionare il rubinetto automatico innumerevoli volte solo per vedere se si inceppa, scrollare instagram.

Una di queste attività però, ti costa più delle altre. Sì, perché oltre a guardare video di husky che cantano, hai appena comprato un paio di collant che sembrano leggeri ma sono felpati. In sostanza da fuori sembra tu abbia le gambe nude ma dentro sono imbottiti. Trentadue euro. Geniale.

Certo, peccato che tu non ne avessi realmente bisogno, ma la ragazza con i lunghi capelli neri, un sorriso incredibile e una taglia 38, che sorridente te li ha mostrati in un video promo di 15 secondi, probabilmente sì, se no non si spiega il suo entusiasmo nel consigliarteli.

Il punto è che magari noi la vediamo anche la fregatura che c’è dietro, un po’ come le televendite degli anni 90’ quando chiedevi a tua mamma: “possiamo comprare un materasso? Ci regalano anche sei televisori, dodici padelle e il nuovo Sega Mega Drive!”. A dodici anni avresti anche dovuto capirlo che qualcosa non funzionava, ma tua mamma doveva sempre risponderti: “zitta e vai a rifare il letto”. Perché però non riusciamo comunque a farne a meno?

Le aziende investono miliardi per capire come influenzarci assumendo schiere di psicologi, analisti e maghi della persuasione per trasformarci in consumatori obbedienti. Basta un’inquadratura giusta, un po’ di storytelling e una promozione che scade “tra 10 minuti” per convincerci che, sì, abbiamo proprio bisogno di un massaggiatore per le orecchie. 

Ogni annuncio è calibrato per apparire “organico”, come fosse un consiglio di un amico, e noi ci caschiamo. Ma davvero non ci infastidisce che una persona ci fissi entusiasta mentre ci mostra l’ennesimo prodotto di skincare coreana di cui non si può assolutamente fare a meno?

I social media hanno trasformato il consumismo in un’esperienza emozionale, costruendo desideri che non sapevamo nemmeno di avere. 

Instagram ha eliminato le barriere tra il desiderio e l’acquisto. Gli shoppable posts permettono di comprare direttamente da una foto, con un processo così rapido che spesso non ci rendiamo conto del costo reale – non solo economico, ma anche psicologico.

Pensateci: con un clic soddisfiamo un desiderio momentaneo. Ma cosa resta dopo?

E no, nonostante sia una millennial nostalgica non parlo delle domeniche pomeriggio al centro commerciale. Parlo della sensazione di essersela guadagnata quella borsa. Dell’essere rimasti davanti al camerino con la commessa che ti fissa insistente mentre chiedi per la terza volta “verde non c’è?”. Parlo del guardarsi allo specchio e immaginarsi con quel vestito o spulciare tra le offerte per poi acquistare sempre lo stesso shampoo. Rifiutare la proposta della commessa in cassa che ti informa per l’ennesima volta che se acquisti uno smalto e una matita per le labbra puoi raggiungere la cifra necessaria per acquistare un altro smalto.

Cosa ci rimane se tutta quella esperienza viene ridotta a una proposta che non abbiamo richiesto e a un prodotto di cui non avevamo bisogno? Il punto è proprio andare a comprare e non farsi comprare. 

E poi diciamocelo: se la commessa di quellafamosacatenadinegozidicosmetica venisse da noi con gli occhi spalancati e un sorriso inquietante intonando un “No raga, cioè, best crema mai provata” e l’aveste sentita cinque minuti prima affermare la stessa identica cosa per un altro prodotto… voi, quella crema la comprereste?

E se quella crema vi apparisse dal nulla davanti al viso urlando “COMPRAMI!” mentre stavate semplicemente passeggiando? 

Io fuggirei a gambe levate.

Lascia un commento