Anche una mamma ha il diritto di piangere

Witches della regista Elizabeth Sankey indaga le somiglianze tra la depressione post partum e la caccia alle streghe

“Perché tutti noi sappiamo come dovrebbe essere una madre: altruista, con la sua intera identità consumata dall’amore per i suoi figli, immacolata, giovane, innocente, quasi vergine nella sua purezza. Una madre sforna dolci per i suoi bambini, non bada al suo aspetto, non si trucca. Non mette mai in discussione la sua vita“.

Sono questi alcuni stralci significativi con cui la regista Elizabeth Sankey ha trasformato in immagini un antico e instancabile stereotipo: quello di una madre sempre grata, scevra da qualunque bisogno, se non quello di rendere felice i suoi dolci e sempre sorridenti bambini.

La realtà può essere diversa. Ma non è facile né ammetterlo né tantomeno accettarlo.
Elizabeth Sankey ha esorcizzato la conseguenza estrema di questo fenomeno, la depressione post-partum, di cui tante donne soffrono senza avere neanche il coraggio di dirlo. Lei lo ha fatto con Witches, docufilm appena approdato sulla piattaforma di cinema Mubi dopo lauti consensi all’anteprima mondiale del Tribeca Film Festival 2024 e al London Film Festival 2024.

Dopo il suo lungometraggio Romantic Comedy, Sankey utilizza ora il suo distintivo stile di “video essay per rivolgere la telecamera verso l’interno, concentrandosi sulle proprie esperienze di depressione post-partum. Facendo riferimento, con estremo coraggio, al periodo trascorso in un reparto psichiatrico dopo la nascita del figlio, Sankey intreccia la narrazione personale con filmati storici e cinematografici oltre che interviste con professionisti del settore medico, pazienti e storici.

Come già affrontato nel 2018 con il film Tully anche Witches tenta di offrire una prospettiva sfaccettata su come le donne con problemi di salute mentale siano state stigmatizzate e fraintese nel corso del tempo. Dove l’unico modo per rivendicarle è dargli ascolto, abbattendo i muri, sempre più alti, in cui la maternità può a volte costringerci. E, possibilmente, senza sentirci in colpa.

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