Se la fotografia è l’impronta fedele di ciò che viviamo e osserviamo, allora come possiamo non renderci conto di quanto effimeri siano i momenti che compulsivamente tentiamo di imprimere nella memoria digitale e non nella nostra?
Viviamo in un’epoca in cui le immagini si moltiplicano in modo esponenziale. Ogni scatto seleziona cosa è importante e cosa no, lasciando indietro tutte le memorie che ci sembrano immeritevoli. Ma riflettiamo un attimo: noi cosa ricordiamo davvero?
Ho visto decine di persone fermarsi davanti a un quadro solo per scattare una foto. Nessuna contemplazione, nessuna voglia di interrogarsi sul significato di ciò che trovano davanti a sé. Solo una compulsiva necessità di ricordare al mondo che quel quadro esiste e che loro lo hanno visto.
Una volta tornati a casa, la memoria di quel momento viene delegata a uno spazio digitale che ci assicura di tenere tutto lì con cura.
Ma tu te lo ricordi il Guernica senza riguardarlo sul telefono? Sapresti descriverne i colori e le sensazioni che ti lascia?
L’impatto della nostra leggerezza
Immaginiamo per un attimo l’album di foto di nonna Concetta sul tavolo in noce di mallo. Lo apriamo, lo sfogliamo, e ci ricordiamo di dettagli prima offuscati per poi esclamare: “ma avevo davvero questi capelli?”
Immaginiamo di doverne sfogliare 1396 di quegli album e passare una settimana a casa di nonna perché ha scattato otto foto al secondo. Presteremmo davvero attenzione?
Il paradosso della nostra epoca: credere che ciò che non è concretamente tangibile non abbia un peso.
Le foto digitali non occupano spazio fisico, ma il loro impatto è concreto: server lontani che consumano energia, sostenibili tanto quanto gli allevamenti intensivi di cui ci piace tanto parlare.
Paradossalmente, lo stesso gesto che ci sembra “leggero” aggiunge peso all’ecosistema digitale globale. E lo facciamo forse perché l’idea di “perdere” un momento ci spaventa più del sovraccarico del mondo che ci circonda.
La paura di dimenticare
Dietro ogni foto c’è un bisogno ancestrale di catturare il tempo, di trattenerlo e anestetizzarne la perdita. Eppure, scattare foto compulsivamente significa spesso vivere attraverso il filtro dello schermo. Ci allontaniamo dall’esperienza stessa, rischiando di non ricordare realmente ciò di cui abbiamo visto.
Uno studio condotto da Linda Henkel, psicologa della Fairfield University, evidenzia che fotografare continuamente può ridurre la nostra capacità di ricordare, poiché deleghiamo il ricordo al dispositivo. È un’ironia crudele: fotografare per non dimenticare e, nel farlo, dimenticare davvero.
Stefan Draschan e le fotografie delle opere come opere
Artisti come Stefan Draschan, che fotografa visitatori in musei mentre “si fondono” inconsapevolmente con le opere d’arte, ci ricordano la bellezza dell’osservazione consapevole. Le sue immagini sono un invito a rallentare, a guardare davvero, a trovare connessioni impreviste tra noi e ciò che ci circonda. Questo approccio contrasta con il nostro modo moderno di consumare immagini, trasformando il banale in poetico.
Deleghiamo i nostri ricordi al digitale perché temiamo il tempo, ma anche perché viviamo in una società che celebra la produzione incessante di dati e immagini.
Ogni foto è un frammento di noi che affidiamo a un algoritmo, un tentativo di lasciare una traccia in un mondo che non lascia spazio alla propria reale identità.
Ma noi che tipo di traccia vogliamo lasciare?
Le foto che scattiamo ai monumenti e nei musei raccontano di noi, ma non solo di ciò che vediamo: raccontano il nostro rapporto con il tempo, con il ricordo e con la presenza. Fotografare può essere un atto di consapevolezza, ma solo se è fatto con intenzione.
La prossima volta che osservi un quadro, una mostra, una statua, fermati un momento e guardati attorno. Sei parte di quello anche tu. Vivilo.

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