Siamo una grande famiglia ma chi vi vuole?
Cosa si cela davvero dietro il concetto di “capo tossico” e perché ne esistono così tante copie ovunque.
Sono anni che in rete circolano migliaia di articoli sul lavoro oggi, su come le nuove generazioni non siano più inclini all’abnegazione assoluta verso la vil gloria della carriera e che nuove e più sane modalità di portarsi a casa il pane siano non solo possibili ma anche più proficue.
Addirittura, c’è chi ipotizza e tenta di costruire un mondo dove il lavoro sia al margine o assente (ne scrive Daniel Susskind nel suo libro “Un mondo senza lavoro” qui): una parentesi più o meno felice della vita di ciascuno di noi che poi si sgonfia, lasciando spazio e passo ad altro. Futuristico, se pensiamo a quanto tempo passiamo a studiare per lavorare, lavorare per vivere, vivere senza staccarci dal lavoro, disperarci. Again and again.
Sia chiaro: di certi argomenti non ci si stufa mai e non se ne parla mai abbastanza e il lavoro, così come lo abbiamo idealizzato fino ad oggi, rientra a pieno titolo in questo harem. Ma cosa succede quando, al di là di studi e statistiche, si origlia una conversazione in metro sul tema, al supermercato e al bar o semplicemente nella pausa pranzo in ufficio? Cos’è che ci rende così disperatamente uniti pur lavorando in luoghi e settori così diversi?
Per me, che di lavori e ambienti tossici ne ho collezionati, la psicologia del capo: un essere mutevole e multiforme capace, alla stregua di un liquido che invade tutto con le potenzialità letali di un veleno, di plasmarsi ad ogni forma. O meglio, corpo.
C’è quello che nasconde la tossicità insita nella sua idea di lavoro per 1 ora al massimo per poi palesarsi come un vulcano in eruzione: urla, pressioni, micro intimidazioni, inettitudine. Il pacchetto prevede diverse attività e strumenti di coercizione che possono variare anche di mese in mese e da persona a persona ma gli va dato il merito di essere onestamente fuori di testa. Spietato e trasparente. E per questi, ammetterlo è un modo per giustificare il loro successo e creatività, spesso autodiagnosticati.
Poi, c’è quello che inquieta di più: il tossico manipolatore silente. Quello che, in sintesi, muove i fili dei burattini nell’oscurità. Esattamente quel Diavolo Scurnacchione che Pulcinella martellava in testa nelle piazze dei paesi. In altre parole, tragicomico. Lui si muove come una piattola, ama il gossip da ufficio e ha un uso magistrale delle tecniche manipolatorie. Tant’è che ci caschi, ci caschi sempre. È anche quello (e ogni riferimento è puramente causale) che tesse le tue lodi un attimo e subito dopo non ti risponde a per tre giorni a messaggi di commiato che gli hai inviato quando sei riuscita a trovare un nuovo lavoro che ti salvasse dal bornut e dal tracollo dell’autostima – mi pare sia andata così, ma magari sbaglio.
Di questi cloni, come dicevo, ce ne sono tanti e tutti variegati ma il risultato ottenuto è unanime: lasciarti inerme, senza forze e con la convinta e triste convinzione che non si possa fare niente per cambiare le cose. Tronfi, con i loro disturbi che non indagheranno mai con un esperto, le giacche piene di OKI per il mal di testa da assenza di sonno e tic nervosi come se piovesse, ti accolgono nella loro famiglia fatta come tutte le famiglie: c’è sempre qualcuno che ti darà un dolore grandissimo e che ti ferirà per il resto della vita.
Mettiamo in discussione luoghi, lavori, rapporti, capacità personale. Lo facciamo perché ci hanno abituati a pensare che la tachicardia è solo per eccesso di adrenalina o che una buona pagina LinkedIn valga più di andare al cinema in modalità aereo senza paura.
Ma urlando nel silenzio diciamo tutti la stessa cosa: non vogliamo una famiglia, né un padre, un capo, un maestro di lezioni di vita da bar. Vogliamo un lavoro e un “grazie” quando necessario. Vogliamo poter avere il tempo di chiudere la fornitura elettrica, risponde al messaggio di buongiorno di nostra madre, accorgersi che la città è piena di luci di Natale.
E poi vogliamo non avere padroni, che quell’epoca qualcuno prima di noi ha lottato per debellarla, e che possa dirti senza timore: “Tu non sei la mia famiglia, tu mi dai da vivere una vita che ho diritto di conoscere“. Abbiamo sbagliato tutti e non ha sbagliato nessuno e forse, anche solo condividere, significa già un po’ alleggerire. Ma anche qui, magari sbaglio.

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