Here di Zemeckis è il modo migliore per iniziare l’anno

Robert Zemeckis colpisce ancora: Here è una reunion, nostalgica e dolcissima, di Forrest Gump ben 30 anni dopo

“Here”, nelle sale italiane dal 9 gennaio distribuito da Eagle Pictures, è il modo migliore per iniziare l’anno perché di Robert Zemeckis non sappiamo ancora farne a meno.

Se è vero infatti che le case hanno un’anima (ed è vero, si), ci siamo mai chiesti quale fosse la storia di quel fazzoletto di terra prima che quel luogo diventasse l’alcova dei nostri ricordi più belli e più brutti? Robert Zemeckis, regista di perle cinematografiche come “Ritorno al futuro” e “Forrest Gump”, se l’è chiesto così intensamente da tramutare la sua curiosità nostalgica in un film di rara delicatezza.

Here parla di tutto, anche di noi

C’è tutto ciò che serve per farci rapire in un’ora e 44 minuti e trasportare in un’altra dimensione: il senso del tempo, i cambiamenti del mondo e la durevolezza degli spazi intimi, gli incontri e scontri della vita. Ma anche l’amore e le sue innumerevoli forme, il dolore inevitabile, il passaggio da figli a genitori di chi ci ha dato alla luce: il tutto attraverso lo spioncino di un’inquadratura fissa, un’arguzia tecnica che ha permesso alla macchina da presa spettatrice sempre nel medesimo punto di secoli di storia e generazioni.

Le parole di Robert Zemeckis

Alloggiavo in una casa che aveva diverse centinaia di anni – ha dichiarato Zemeckis. Guardavo quei muri di pietra e pensavo a quante vite erano passate nello stesso identico posto in cui ero seduto. Ho immaginato tutte le persone che erano vibranti ed eccitate e che affrontavano la vita, con il suo terrore, la sua felicità, la sua tristezza, la sua malattia e la sua salute. Quelle finestre e quei muri sono lì da molto tempo e molte vite diverse sono passate attraverso quella porta”.

Forrest Gump, 30 anni dopo

Per fare ciò, Zemeckis ha ideato la ricetta perfetta chiamando a raccolta la squadra dell’indimenticabile “Forrest Gup” a trent’anni dalla sua uscita: Eric Roth alla sceneggiatura, Don Burgess alla fotografia, Alan Silvestri alla colonna sonora, Tom Hanks e Robin Wright nei ruoli principali (e Kelly Reilly e Paul Bettany in quelli secondari). I protagonisti si muovono in un unico spazio (quello del soggiorno di casa) attraverso più livelli temporali, in un miscuglio non sempre cronologico di ere diverse che partono dalla Preistoria e passano alle guerre e gli stravolgimenti del Novecento per approdare, infine, al “qui e ora” (tenerissima l’immagine della tata che, spruzzando un detergente sulle superfici, non sente gli odori. È già 2020, è già Covid).

Here: l’ossessione per lo spazio-tempo

Il film è un costante dialogo tra la grande storia e l’intimo di ognuno di noi, tra il mondo che continua a muoversi oltre la finestra e lo spazio interiore del nostro quotidiano. Solo la casa resta immutabile, non nella sua apparenza – sopraffino il lavoro di adeguamento degli spazi e dell’arredamento ad ogni epoca storica raccontata – ma nella sua funzione profonda di luogo in cui esistere, spesso approdare con gioia a volte fuggire per dolore. In altre parole: essere.

L’ossessione del tempo che fugge è sfugge resta la cifra stilistica per Zemeckis tanto da poterlo definire una versione contemporanea di “Ritorno al futuro” e un continuum nostalgico di “Forrest Gump”. Non c’è perfezione in Here: i volti e i luoghi supportati dall’intelligenza artificiale fanno spesso a botte con l’intento malinconico e la maestria del regista ma è una leggerezza perdonabile di fronte all’intento mastodontico di dare voce a secoli di storia e storie in un unico progetto.

Here, un omaggio alla memoria collettiva e individuale

Il linguista Ferdinand de Saussure lo aveva fatto già anni prima con il suo lavoro sul significato e significante: anche in Here un oggetto non è mai solo quello che si vede. Il divano diventa il luogo di procreazione della prima e unica figlia dei protagonisti, il telefono il primo ambasciatore a comunicarci chi non c’è più, l’albero di Natale la gioia della promessa, la finestra il nostro filtro per guardare il mondo lì fuori.

L’effetto finale è una coccola per l’anima e un omaggio alla memoria laddove il qui e ora si trasforma in qui e per sempre: anche quando andremo via, anche quando non ci sarà più nessuno a raccontare la nostra storia, quelle pareti parleranno sempre di noi.

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