Se non vi è piaciuto manco il musical di Emilia Perez

Quando spiego alla gente che il musical non è un genere per ragazzine abbonate a cioè, finisce sempre per alzare gli occhi al cielo e guardarmi davvero male. Peccato che sia stato bistrattato, devastato, relegato a una cultura incompresa e inutile. Un po’ come chi si appassiona di piastrelle.

Di Emilia Perez ho letto polemiche sui mariachi, sul trattamento superficiale del tema, sui cliché del Messico e sulla recitazione, ma non ho davvero trovato forza nel tentativo di distruzione di un film che alla fine prova a fare qualcosa di diverso, senza voler dire niente di diverso.

Audiard ha tirato fuori una vera chicca e non perché ha deciso di parlare di un narcotrafficante che diventa donna. 

Ci dimentichiamo spesso della potenza delle forme di linguaggio. Una volta il cinema era fotografia, ancora prima era tempera su tela. Ma il musical arriva da altro, arriva dalla massa che necessitava uno show e un linguaggio comune, che punta diretto al cuore, alla parte più recondita di noi, a quella che da bambini ci faceva canticchiare in bicicletta. Il musical usa la musica e la mischia con le parole quando i messaggi devono arrivare forte e chiaro.

E qui forse varrebbe la pena fermarsi un attimo. Se una volta i migrati negli States assistevano a canzoni e balletti, recitate in inglese, per comprendere davvero e emozionarsi, oggi Il Musical è una delle poche occasioni rimaste per far arrivare in messaggio senza artificio. 

Abbiamo tutti un’opinione, produciamo eco, inquiniamo il cosmo. Ma siamo ancora capaci di stare zitti e semplicemente lasciar andare?

Quanto da fastidio quando qualcuno dice la sua e non la dice come la vorresti tu. Quando parla dell’esperienza trans senza dedicarsi come lo faresti tu. Quando l’assoluzione dai peccati è così semplice che se solo si pensasse a una società così, quasi funzionerebbe. Ma se tutto questo te lo sussurrasse? E poi magari dopo lo cantasse? E se quasi quasi ci ballasse? Mandiamola in vacca sta società di merd:S

La cosa che più mi ha stupito del film è stata la bravura con cui Audiard ha deciso di sfruttarlo questo linguaggio: insinuandosi. 

Le canzoni sono parlate, perché alla fine sono un po’ quello che vorremmo gridare. Le coreografie sono agitate, perché alla fine è un tumulto di merda quello che si è costretti a osservare. Se ci pensi davvero, se lo realizzi come una storia possibile, allora tocca ammettere che la speranza non è così naïf.

E forse è vero che nella vita non va così, che sono personaggi incoerenti, ma forse il musical gli dà una voce che altrimenti non avrebbero, relegati per lo più a un thriller di Netflix o un film d’autore danese; ma cosa ce ne facciamo ancora del realismo da intrattenimento?

Si, è vero, non è un film che cambierà il mondo, ma è comunque un tentativo di offrire una storia che può dire molto, utilizzando un linguaggio che alla fine, se ci pensi, ti fa uscire dalla sala cantando di temi che altrimenti, leggeresti solo sulla cronaca nera.

Per me ora il mondo ha bisogno di questo.

Elena Bellanova

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