The Brutalist prende il tempo ma non lo restituisce

The Brutalist ci strappa un ghigno e spreca l’occasione di parlare dell’architettura al cinema

Si dice che entrare in sala con troppe aspettative non sia mai un bene. Ma se ti raccontano che un film ha visto la luce dopo dieci anni di lavoro, che l’attore protagonista è il sublime Adien Brody, che si parla di architettura e del mecenatismo dell’arte ma anche delle mai sanate contraddizioni insite nel rapporto tra Europa e America, allora sì, in sala ti aspetti qualcosa.

Un lampo, una catena di domande, un’eccitazione. Qualcosa. Queste dieci candidature agli Oscar che sfilano saltellanti avanti ai tuoi occhi. E invece da The Brutalist non siamo riusciti a portarci a casa che poco. O meglio, nessun folgore, nessuna motivazione all’isteria collettiva che ruota intorno a questo film.

Un film lungo è un film lungo

È un film, innanzitutto, lungo. Troppo. Poco serve a ricamarci sopra un senso. Apprezzabile, se non necessaria, la divisione in due parti, con una pausa a metà maratona scandita da un cronometro. Ma 3 ore e 35 minuti li senti: tu, la tua schiena, la tua testa. Ti ripeti “è necessario, devo entrare in osmosi con il racconto” ma questo non sembra mai partire del tutto. Si risolve in un’egoismo del regista, in un “poteva essere benissimo una mail e invece mi hai tenuta al cellulare per ore”.

Brady Corbet sfugge al necessario

A tale lunghezza non corrisponde spesso accuratezza. Il regista Brady Corbet si perde nella minuzia e si fa sfuggire il necessario. Prende Adrien Brody, un attore che sembra nato per interpretare un ebreo dal naso importante scappato da un lager, e lo trasforma nella caricatura di sé stesso: smilzo, geniale perché lo dicono gli altri, innamorato e drogato, arrabbiato ma mai ribelle. Ogni scena è sospesa in un limbo spazio-temporale che conforta per un po’ lo spettatore che vuole sentire quello che sentono i protagonisti ma il risultato è che nessuno pensa niente. E se pensano, parlano poco del loro mondo interiore.

Italiano bella ciao

Quando, a metà percorso, il film si allontana dagli anni bui del nazismo, Corbet toglie la fuliggine dalle cose e banchi di nuvole nere all’orizzonte e prova ad introdurre un cielo blu, qualche sorriso, della droga a scopi ludici e non terapeutici. Si arriva all’Italia, ai marmi di Carrara, con una velocità disarmante. Ci si trova lì grazie ai grumi di stereotipi sugli italiani: urla al balcone, un caffè prima di iniziare a lavorare, ballad peccaminose con meravigliose e sempre vogliose donne di montagna.

Decostruzione e cliché

L’architettura è solo un escamotage. Nelle costruzioni di László Tóth (così il nome del protagonista) c’è dell’allusione al talento che però sembra sempre ostacolato. O mai compiuto. Lo suggella, poi, un finale disturbante che ci riporta alla fine della vita di László, su una sedia a rotelle a prendersi applausi in una Biennale di Architettura a Venezia 1980 che sembra più una location da Grande Bellezza (e che i critici mettono in dubbio, considerato che negli anni ’80 il brutalismo era tutto fuorché di moda).

The Brutalist non è un film sull’architettura

The Brutalist non è un film sull’architettura. L’occasione di raccontare un’arte così vicina all’uomo, così legata allo spazio e al vivere, alla soggettività e quindi con le sue fatiche, le sue contraddizioni, le sue gioie e le sue mille sfaccettature non è stata minimamente colta. L’architettura resta sullo sfondo, come semplice mezzo narrativo, che oltretutto tira fuori la parte peggiore del personaggio magistralmente interpretato da Adrien Brody. Il cinema dalla sua nascita si è sempre nutrito di architettura: dall’espressionismo tedesco dove gli spazi e le geometrie erano tanto protagonisti come i protagonisti stessi, passando per film iconici come Blade Runner o i più recenti Parasite o Perfect Days, dove la città o la casa sono parte essenziale dell’opera e della narrativa. Nello stesso modo l’architettura, in quanto arte spaziale, tratta la realtà in maniera estremamente cinematografica, creando e narrando percorsi, punti di vista, storie. Partendo da queste basi che uniscono le due arti, The Brutalist aveva la possibilità (in 3 ore e 25 minuti) di narrare, sviluppare o almeno rappresentare parte di questi temi, invece indugia costantemente nel rapporto tra il professionista e il committente, senza mai davvero approfondirlo. Dal punto di vista di un architetto, purtroppo un’occasione cinematografica persa.
di Michele Armando

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