Intervista a Giangiacomo De Stefano, regista del docufulm “Ago” presentato al Festival del Cinema di Roma sulla straordinaria figura di Giacomo Agostini
Giacomo Agostini, classe 1942, anche noto come Ago o Mino: una leggenda vivente del motociclismo, il pilota più titolato della storia del motomondiale. La sua carriera è una catena di record straordinari e un palmarès unico: 15 titoli mondiali, 123 vittorie nel Motomondiale, 159 podi, 117 giri veloci, 10 vittorie al TT (Tourist Trophy).
A dedicargli un film è il regista Giangiacomo De Stefano – già firma di docu come “Zucchero Sugar Fornaciari” (2023) – che ha presentato il suo “Ago – Prima di tutti” alla 19° edizione della Festa del Cinema di Roma, nella sezione Proiezioni Speciali.
Un’idea nata insieme al giornalista Giorgio Bungaro: “Conoscevo molto bene la storia di Giacomo Agostini, non solo per la mia passione per le corse, ma anche perché sono cresciuto a Imola. Sono nato nel 1973 e non ho avuto la fortuna di vederlo correre ma lo ricordo molto bene come team manager negli anni 80’. Pochi ne parlano, ma anche sotto quella veste è stato un vincente”, spiega De Stefano.

Agostini è stato più che un motociclista ma, per certi versi, una specie di eroe di un’epoca in cui la società vedeva nel mezzo meccanico un simbolo irrinunciabile di progresso e libertà. Negli anni Sessanta e Settanta, l’automobile e la motocicletta non erano semplici strumenti ma simulacri di una modernità voluta e sfidante. Giacomo Agostini era il “migliore” nel padroneggiarli: era il pilota che osava sfidare la morte, uscendone sempre trionfante. Ma nel ritratto di Ago – che nel docufilm sceglie di raccontarsi in prima persona – c’è in primis una personalità a dir poco carismatica: “Credo sia proprio questa ad averlo reso così grande. Marco Lucchinelli mi ha raccontato che per lui sono tanti i piloti che hanno il talento della velocità ma la differenza con personaggi come Agostini la fa la testa, l’intelligenza. Lui è stato un moderno Parsifal che ha sfidato la morte e ne è uscito vincitore proprio perché sfidava il rischio e lo calcolava”, racconta il regista.
Tante le testimonianze di giornalisti e colleghi: Freddie Spencer, Marc Marquez, Carmelo Ezpeleta, Carlos Lavado, Marco Lucchinelli, Gianni Morandi. Ma cosa resta, oggi, di quell’idea di sport incarnata da Ago? “È cambiato tutto” ci racconta De Stefano, sottolineando come sia indubbio che le moto da corsa di oggi siano estremamente più veloci di quelle degli anni 60’. “Quelle di allora, però, erano scorbutiche, pericolose e poco affidabili. Non c’era l’elettronica, i freni non erano paragonabili a quelli di oggi. Le gomme e gli accessori, come le tute e i caschi, non permettevano la benché minima sicurezza. In certe piste se cadevi, morivi. E non parlo solo del Tourist Trophy o delle gare cittadine, ma anche di piste come Brno, Imatra o la stessa Monza”.

Un modo di intendere le corse che ha perso di epicità, secondo De Stefano: “Oggi, fortunatamente, nel mondo delle corse il rapporto con la morte è molto differente, ma a mio parere personaggi come Agostini, Hailwood, oppure Phil Read o Barry Sheene rappresentano qualcosa di più. Non sono solo grandi personaggi dello sport, ma nell’immaginario mi riportano alla temerarietà di un tempo nel quale i piloti non erano semplici corridori, ma una sorta di moderni cavalieri su due ruote”.

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