Perché in Italia i mestieri artistici non vengono presi sul serio?

Cos’è che fai tu? L’attore. Sì ma, di lavoro?

Sarà capitato a chiunque abbia approcciato un desiderio che non fosse quello di simulare una vita che non si è scelta: quando in passato hai provato a immaginare un futuro da attore, regista, artista, musicista, ti sei trovato spalle al muro attorniato da persone che non facevano altro che ripeterti: sì ma trovati un piano B. E tu? Ovviamente li hai ascoltati.

Perchè l’Italia è così, bella la Cappella Sistina e dovrebbero proprio restituirci la Gioconda, ma poi siamo sicuri che siamo in grado di valorizzarla?

In Italia i mestieri artistici non hanno alcun tipo di dignità. Paradossale. Nonostante il nostro ricchissimo patrimonio culturale e artistico (di cui non facciamo altro che vantarci in giro perché se no di che cazz:o possiamo vantarci ancora) quelli che scelgono di lavorare nelle discipline artistiche sono spesso percepiti come persone inaffidabili e irresponsabili. Questo atteggiamento, che rasenta il paradosso, ha radici profonde e conseguenze devastanti non solo per gli artisti ma per un intero Paese che invece potrebbe addirittura guadagnarci.

La cultura del “vero lavoro” e la svalutazione dell’arte

In Italia, l’idea di lavoro è ancora fortemente legata a stabilità e remunerazione. Le professioni artistiche, che spesso offrono redditi intermittenti e poche garanzie, non si adattano a questa narrativa. Il talento deve essere declinato in qualcosa di più “vendibile” o può sempre trovare spazio dopo le 21.

Negli ultimi anni alcuni mestieri hanno trovato una nuova declinazione remunerativa

Sei un artista? Ti venderemo come graphic designer. Ops, è arrivata l’AI a fregarti.
Sei uno scrittore? Ottimo! Scrivimi un po’ ‘sto claim di questa pubblicità.
Sei un attore? Che bravo, passa un po’ il mocio in bagno.

Secondo i dati più recenti INPS, la retribuzione media annua per i lavoratori dello spettacolo è di €11.299 con contratti che rasentano il ridicolo in quanto a tutele.

A nessuno sano verrebbe in mente di consigliare questo percorso.
Come direbbe il buon Sgarbi: “capre ignoranti” che siamo tutti. 

Ma per capire che questa cultura può essere sradicata con un po’ di lavoro è sempre utile guardare l’erba del vicino. Prendere esempio da un Paese che non solo non si lascia spaventare dalla cultura, ma la celebra e la eleva, permettendo addirittura di monetizzare.

Benvenuti in Francia, cari artisti.

In Francia, lo Stato sostiene attivamente i lavoratori del settore artistico attraverso politiche mirate come lo statuto dell’intermittente du spectacle, che garantisce indennità nei periodi di inattività a chi lavora nello spettacolo. Inoltre, il governo investe circa l’1,3% del PIL nella cultura, molto più della media europea, finanziando teatri, musei, festival e programmi di residenza artistica.

Indovinate cosa succede? Succede che funziona. Grazie a un po’ di sostegno e finanziamenti, il settore artistico viaggia al pari di altri settori generando guadagni e togliendo dalle scrivanie orde di persone insoddisfatte. La gente va a teatro, va nei musei, considera questi mestieri come una possibilità, in un vortice di benessere e soddisfazione da cui difficilmente si esce quando le cose funzionano.

Un sistema progettato per riconoscere la creatività come mestiere, che porta a una considerazione sociale e stabilità economica.

Come sempre, piangiamoci addosso

Ok, sappiamo già tutto questo. Ma quindi?
Siamo sicuri di non poter affrontare un sistema come quello francese? 

Contratti specifici e un meccanismo di sostegno economico durante i periodi di inattività aiuterebbero gli artisti a dedicarsi al loro lavoro senza dover costantemente preoccuparsi di arrivare a fine mese.

Un aumento del budget destinato a teatri, musei, festival e iniziative artistiche non solo darebbe ossigeno agli artisti, ma creerebbe anche un circolo virtuoso per l’economia locale e nazionale.

Senza considerare che tutto, naturalmente, passa dall’educazione.

L’arte deve essere valorizzata fin dalle scuole. Bisogna insegnare ai giovani che una carriera artistica è una scelta valida e importante quanto qualsiasi altra. 

Serve un cambio di mentalità collettivo, accompagnato da riforme concrete. Non è solo una questione di giustizia sociale: è una questione di identità nazionale

Se vogliamo continuare a sentirci detentori del patrimonio artistico mondiale allora forse sarebbe il caso di tornare un popolo educato alla bellezza e all’arte e non alla distruzione.

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