Hanno perso le città ma noi non siamo basilico

Comunità, centro di aggregazione o isolamento? Le città ci stanno abbandonando e noi con loro stiamo perdendo un’opportunità

Hanno perso le città e le loro promesse, spesso non mantenute. Sorte come luogo di aggregazione, si sono riadattate finendo per farci sgretolare tutti nei nostri silenzi e in pillole di omertà. I centri sono diventati luoghi di combattimento: uno contro tutti, in una corsa disperata verso la propria individualità.

Alice

Cammino da sola per le strade di Milano da 8 anni. Ho avuto paura? Spesso. Ho imparato a gestirla? In parte. Arrivata dalla provincia con la mia fascia ISEE bassa, ho cavalcato i miei primi anni come Alice nel paese delle meraviglie promesse. Ogni giorno era un giorno buono per emanciparmi dalle partite a carte sul tavolino dio plastica Sammontana di fronte al mare del mio “paesello” di origine: Milano ti insegna sin da subito che certe godurie devono essere guadagnate, meritate più propriamente. A me andava bene, era un patto con il diavolo a cui sentivo di poter partecipare.

Come un cane alla prossima fermata

Un cagnolino perse il suo padrone nel vagone della M1, un giorno. Io ero lì e notai sin da subito che era spaventato. Teneramente, ad ogni fermata, si affacciava per cercare il suo compagno di pipì e riposini sul divano, ma lui/lei non c’era mai.
Nessuno – e dico nessuno – fece nulla. Ci si guardava, cercando il colpevole con il silenzio o aspettando che fosse qualcun altro a fare il primo passo, dispendioso in termini di energie e di tempo che, come sopra, ritorna sempre quando si parla delle città. Non io, non sarò io a preoccuparmene.
Alla fine il cane ritornò al suo padrone ma fui a perdermi in quel momento che mi lasciò un profondo senso di solitudine. Metaforicamente, cercavo anche io (come tanti) qualcuno alla prossima fermata, quasi ogni giorno. Mi premeva sapere le persone come stessero e invece mi raccontavano dei loro capi tossici, di quanto lavoro avevano da terminare nel weekend o di come il loro stipendio non stesse ripagando neanche 1/4 delle spese affrontate nel loro percorso di studi.

Corro, quindi esisto

Quasi naturalmente, mi ritrovai parte di un gregge che non lascia sedere un anziano in metro, non lascia passare una donna incinta, che sbuffa se una madre porta con sé i figli a fare la spesa perché non saprebbe come pagare una babysitter. Ero diventata intollerante, ecco, è questo il termine giusto. Bianca sul volto e con fiotti di sangue tra i denti, pur senza ragione apparente. Fiumane di persone mi passavano su, accanto e intorno ogni giorno e nessuno si guardava mai davvero negli occhi. Divenne normale, ad un certo punto, pagare 1.000€ di affitto e guadagnarne 500€ in più. Aspettare il venerdì sera per fuggire dal cemento e convogliare tutte le proprie aspettative nella visione di una distesa di prato marcia o di una trattoria con un’insegna datata.

Prova a non correre

Provare a non correre fu il primo consiglio che seguii ciecamente. Avevo affrettato il passo, la gente non mi stava dietro e il più delle volte non avevo alcuna fretta. Poi provai la tecnica empatica del “Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile, sempre” e portò a dei buoni sonni nonostante la parola “sempre” mi suoni ancora spaventosamente arrogante.

Migrai infine verso un’altra città che su carta aveva mire più basse che diventare il centro economico italiano. Se ho trovato differenze? Se è andata bene? Non so ancora dirlo. Il seme dell’intolleranza è fertile. Qualcuno ben più informato di me come il sociologo tedesco Ferdinand Tönnies, nella prima metà del Novecento, disse che una comunità è una unità sociale organica basata su vincoli e rapporti personali simili a quelli famigliari. E se così fosse, ci odiamo tutti come parenti ingrati.

La cura del basilico

Raccogliendo esperienze cittadine nel taccuino della mia mente, non ho trovato soluzioni. I dibattiti che mi avevano affascinata e trascinata dal mare al cemento, si sono man mano diradati diventando più lagne inconsistenti. Ma so che se le città hanno perso noi potremmo riprendercele, intrecciandoci ancora gli uni agli altri in una stupida fiducia che ci fa ancora svegliare il mattino alle 7 per studiare, laurearci, cercare il nostro lavoro e annaffiarlo come una piantina.

Non facciamo la fine delle piante di basilico sui balconi di Milano. Piuttosto, impariamo a fare del buon pesto da regalare anche ai vicini. Magari sono simpatici.

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