Il caso della ginnastica ritmica, pregno di vessazioni e umiliazioni, è un assist per ridiscutere il concetto stesso di sport.
La prospettiva di ridurre il caso “farfalle” (termine quanto mai edulcorante e stucchevole di indicare una disciplina, quella della ginnastica ritmica, che di dolce ha solo le linee del corpo plasmate in anni di tremori muscolari) ad una piccola sporcatura in un mare di perfezioni, è miseramente fallito. In questa faccenda si intrecciano troppe strade vorticose e detestabili: il potere degli abusi psicologici, la faccia nera (l’altra) dello sport, la questione femminile, lo stakanovismo come espiazione dei peccati. Per la sua complessità, va trattata con estremo tatto.
Ci proverò.
Una storia che somiglia ad una matrioska
È una storia che ha radici profonde che travalicano i nostri confini nazionali e che proverò a spiegarvi con una certa cognizione di causa, avendo praticato questo sport da quando ho iniziato a muovere i primi passi nel mondo. Insomma, prima di camminare, io volavo. Prima di usare la penna a scuola, muovevo le clavette. E proprio per tale ragione oggi soffro e gioisco insieme, affinché tutto questo porti almeno a qualcosa. E qualcosa, in effetti, si è mosso.
Partiamo dall’inizio: i fatti sportivi
L’inchiesta sui presunti abusi nella ginnastica ritmica era iniziata alla fine del 2022. Erano state le ex atlete Nina Corradini e Anna Basta ad aver aperto il vaso di Pandora in un’intervista a Repubblica denunciando maltrattamenti e umiliazioni da parte della dt dell’Accademia di Desio (il luogo della ritmica, alle porte di Milano) Emanuela Maccarani e da Olga Tishina, sua assistente.
La mia intervista di allora ad Anna Basta, se volete, la trovate qui.
Subito furono aperte due inchieste, una dalla giustizia ordinaria e una dalla giustizia sportiva: Tishina fu assolta da entrambe mentre il caso Maccarani è tutt’ora in fiamme.

Le Olimpiadi di Parigi. Poi, il buio
Arrivano le Olimpiadi di Parigi 2024. La Maccarani, sino ad allora solo ammonita dalla giustizia sportiva, porta a casa con la sua squadra l‘ennesima medaglia: un bronzo. Sembra tutto dimenticato, ancora una volta sfavillanti sorrisi e strass a coprire la tensione. Si millanta, addirittura, l’archiviazione del caso. A dicembre invece la procura generale del CONI accoglie la richiesta di ripetere il processo sportivo mentre quello della giustizia ordinaria continua a muoversi e scuotere le mura di Desio.
Poi, l’ultimo (?) atto: lo scorso 26 marzo il presidente neoeletto della Federginnastica Andrea Facci ha annunciato che Emanuela Maccarani non sarà più l’allenatrice della nazionale di ginnastica ritmica, dopo 30 anni di ininterrotta reggenza.
Con Facci si apre la parentesi letame
Ma Faci non è l’eroe buono della storia. Con lui, anzi, si apre la parentesi maschilismo, vessazioni patriarcali, oggettificazione del corpo femminile. Chiamatela pure: parentesi letame.

Da intercettazioni della procura di Monza datate 2022, proprio l’attuale presidente della Federginnastica, in dialogo con con l’ex numero uno federale Gherardo Tecchi, etichetta come una “bella f**a* Ginevra Parrini, altra azzurra la cui unica colpa era stata quella di difendere il movimento anti regina Maccarani nei salotti tv. Prima in pantaloni, poi in minigonna, poi con maglia scollata: un’accurata sintesi dell’abbigliamento indossato dalla Parrini e ben apprezzato dall’attuale (ancora per poco) numero uno della Fgi.
“È così, questa è la vita Andrea: è il vantaggio delle donne su di noi. Perché se tu invece ti metti con i calzoncini corti ti sputano in un occhio!”
Cantaluppi, un addio al sapore di fuga
Last but not least, le intercettazioni prendono di mira anche un’altra protagonista di questa vicenda, ingiustamente oscurata: è Julietta Cantaluppi, ex allenatrice della Società Ginnastica Fabriano, alveare di talenti come Milena Baldassarri e Sofia Raffaeli che lasciò l’incarico, a soli 10 mesi dalle Olimpiadi di Parigi 2024, per approdare come allenatrice del team d’Israele.

Per intenderci, la Raffaeli è quella che il giornalismo da etichetta ha definito “la formica atomica”, conquistando proprio a Parigi un bronzo nell’ all around individuale, la prima volta per l’Italia. Un saluto al sapore di fuga. Ora spunta fuori che le atlete erano costrette a spogliarsi, pezzetto dopo pezzetto, dopo ogni errore commesso durante l’allenamento per restare in mutande. La grazia divina ha portato la Cantaluppi a diventare allenatrice della nazionale Israeliana. Potrebbe bastare come lezione? No di certo, vogliamo la verità.
Io, una ginnasta fortunata
La verità: sepolta sotto cumuli di omissioni, teste basse e riti liturgici orbitanti intorno allo sport che da sempre si fa paladino del buon vivere ma spesso (e chi è dentro, lo sa) somiglia più ad un rivolo di scorie virulente senza antidoti per uscirne.
Come capita sovente, sono gli adulti a macchiare il bello delle cose. Io, ad esempio, sono stata una bambina innamorata della ritmica: ci andavo con le mie gambe e con l’intento, ogni santo giorno, di imparare quell’elemento fino a sbrandellarmi. Con un entusiasmo solo accettato e mai galvanizzato dai miei genitori, sono diventata bravina, poi brava, infine bravissima. Ho sentito il sedere innaturalmente sulla mia testa con grande orgoglio e raggiunto quota 6/7 giri in relevée: era il mio bottino a suon di sudore e dolore.
Dolore si. Perché nello sport il dolore è un tuo compagno di giochi, si misurano le capacità, le resistenze. È un bene, è giusto accettarlo? Non lo so, ma sappiate che è così. E chi ha praticato agonisticamente qualunque sport lo sa.
Sono stata una ginnasta fortunata: dalle doti naturali non eccellenti ma una grande capacità di apprendimento, forza e maestria con gli attrezzi e un corpo che ha resistito al massacro piuttosto bene. Ma è un discorso che non vale per tutte.
L’adulto dietro al bambino
Ma dietro ogni ginnasta c’era un genitore e si nascondeva lì l’inghippo. Dagli spalti, durante le gare, di minacce ne sono volate tantissime: “se arrivi prima ti do il latte” è l’unica frase che la mia memoria non è riuscita a non rigettare. Ma anche lunghe sessioni di incontri con le allenatrici, per capire come aiutare la propria figlia a passare dalla terza alla seconda fila o come farla gareggiare da sola sganciandola dalla coppia, da altre magari meno brave di lei, che poi mia figlia rallenta e viene messa in cattiva luce, allenatrice mi dica perché eh. E il latte diventa acqua.
Abbiamo guardato ai paesi dell’est Europa com obiettivo da raggiungere e, s’è possibile, superare. Non ne potevamo più di essere sempre dietro, sempre meno, sempre belle ma mai vincenti. Così, la macchina si è movimentata per emulare un metodo di allenamento al limite del disumano fatto di sgabelli su cui mettere entrambe le gambe fino ad arrivare per gravità a toccare il pavimento. I piedi a schiacciare le vertebre, le ginocchia dietro la schiena, tanto qualcuno urlerà “basta” quando avrà raggiunto il livello massimo di tolleranza fisica.
Ogni sabato, c’era la bilancia. L’agenda nera con il peso scritto di ogni settimana, che oscillava di grammi scambiati per quintali. Sarà stato quel biscotto mangiato di nascosto? Sarà stato quella cosa chiamata ciclo che cambia il mio corpo a fatica, con un seno che fa fatica a sbocciare perché intrappolato in un corpo stanco? E chi lo sa.
Diciamoci la verità sullo sport agonistico
Proviamo ad ammettere che non tutti siamo fatti per l’Olimpo. C’è una programmazione ante nascita che genera bambini prodigio che ci faranno piangere di gioia in tv ma per gli altri, per la maggioranza degli altri, il destino sarà di provarci spesso a discapito del proprio corpo.
Quando sei donna in un mondo di uomini, poi, anche lo sport diventa un trauma da risolvere in età adulta. Ti vogliono bella e magra, con il body aderente e il seno appiattito in fasce stringenti. Leggere come farfalle appunto. Eteree però, altrimenti si diventa ammiccanti e si gioca troppo con il fuoco nemico del testosterone.
Ciò che vorrei dire, in estrema sintesi, è che la ginnastica ritmica è una disciplina meravigliosa. Lo sport tutto è immensamente più bello e rassicurante di quello che sta dimostrando negli ultimi tempi. Mi ha insegnato più a perdere che a vincere, cosa altamente utile ben più delle due lauree acquisite e certificazioni che continuo a collezionare. Mi ha insegnato a gestire buona parte delle tensioni, proprio come facevo un attimo prima di sentire il mio nome ed entrare a denti stretti in pedana per dimostrare, in scarsi 2 minuti, il lavoro di mesi.
Mi auguro un mondo sportivo che diventi l’antitesi di tutto questo. Che si redima e che impari ad essere onesto, ora che la sua dark side è venuta a galla: con i genitori, con i figli, con gli atleti bravi. Soprattutto, con quelli meno bravi perché è proprio quel loro sogno irraggiungibile che unito a quello di tutti gli altri, rende magico un traguardo raggiunto. Quando arriva.

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