Biopic musicali: la stessa storia, con un altro riff

C’è stato un tempo in cui l’annuncio di un film sui Beatles avrebbe mandato in visibilio il pubblico di tutto il mondo. Ma quel tempo, forse, è passato. La recente presentazione a Las Vegas del nuovo progetto firmato Sam Mendes – quattro film, uno per ciascun membro della band – non ha raccolto solo entusiasmo. Anzi, a giudicare dalle reazioni online, sembra che l’industria abbia finalmente raggiunto il punto di saturazione con i biopic musicali.

La formula è ormai nota: attori somiglianti (non sempre), interpretazioni sentite, canzoni leggendarie in sottofondo e un racconto che sfuma tra realtà e mitologia. Ma dopo Bohemian Rhapsody, Rocketman, Elvis, I Wanna Dance with Somebody, Back to Black e molti altri, la domanda è inevitabile: serviva davvero anche questo?

Il progetto sui Beatles è ambizioso, con un budget da 120 milioni di dollari, la benedizione ufficiale della Apple Corps e la regia di un nome importante come Sam Mendes, premio Oscar per American Beauty. Eppure, le prime critiche non si sono fatte attendere: gli attori scelti non somigliano ai Fab Four, non sono di Liverpool – alcuni nemmeno britannici – e il rischio di caricature invece che interpretazioni profonde è reale.

Ma il problema non è solo di casting. È più profondo, quasi strutturale: abbiamo bisogno di altri film che ci raccontano per l’ennesima volta la leggenda di una rockstar? O si tratta ormai di una scorciatoia produttiva, un modo per vendere di nuovo la stessa musica in una nuova confezione?

L’industria lo sa: i biopic musicali sono una macchina da soldi. Sono rassicuranti, conosciuti, fanno leva su una nostalgia potente e spesso generazionale. In più, servono a valorizzare i cataloghi musicali, che sempre più artisti (o i loro eredi) vendono per essere sfruttati in ogni formato possibile. Cinema compreso. Ma la sensazione che aleggia tra pubblico e critica è che il genere stia perdendo smalto, diventando ripetitivo, prevedibile, persino noioso.

L’idea di Mendes – raccontare ogni Beatle in un film separato e creare un “universo narrativo condiviso” – sembra più una trovata da franchise Marvel che un’operazione artistica. E il paragone non è casuale: quando perfino i Beatles diventano una saga, forse è il momento di fermarsi e chiedersi se questo modo di raccontare la musica sia ancora in grado di emozionare.

La musica ha bisogno di storie, sì, ma forse ha bisogno anche di nuove forme, nuovi linguaggi, nuove prospettive. Perché non tutto può essere trasformato in un prodotto da streaming o da botteghino. E forse non tutto deve.

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