Il Portogallo introduce una legge contro la violenza ostetrica, è il primo paese in Europa. Ma quanto siamo ancora lontani dall’umanità
I concetti di violenza ostetrica e di diritto delle gestanti entrano per la prima volta negli interessi della legislazione. Accade in Portogallo, dove il parlamento ha approvato la legge 33/2025 del 31 marzo, ridefinendo il concetto stesso di violenza ostetrica. Nel testo, rielaborato a partire da una proposta del Blocco di sinistra, la stessa è definita come “qualsiasi azione fisica o verbale compiuta da professionisti sanitari sul corpo o sulle pratiche relative alla sfera riproduttiva delle donne, manifestata attraverso trattamenti disumani, eccessiva medicalizzazione o patologizzazione di processi naturali e il mancato rispetto delle normative sulla tutela nel preconcepimento, nella procreazione medicalmente assistita, durante la gravidanza, il parto e la nascita”. È il primo Paese in Europa a farlo.
Nel mirino l’episotemia (o perineotomia)
Tra le pratiche maggiormente tacciate di disumanità, vi è quella dell’episotemia o perineotomia, ovvero l’incisione chirurgica del perineo fatta allo scopo di allargare l’orifizio vaginale al fine di rendere più agevole il passaggio del nascituro. Da uno studio del 2022 pubblicato sulla rivista The Lancet Regional Health Europe, si è stimato che le donne incinte in Portogallo sono state sottoposte a pratiche non raccomandate dall’OMS più frequentemente rispetto ad altri paesi europei, in particolare nella pratica dell’episotemia, eseguita nel 40,7% dei parti vaginali spontanei in Portogallo rispetto a una media europea del 20,1%.
Diritti della donna e non oggetto di procreazione
La legge ha lo scopo di “promuovere i diritti in gravidanza, parto, nascita e postpartum, attraverso la creazione di misure di informazione e protezione contro la violenza ostetrica”. Al termine della procedura, verrà istituita una Commissione di Vigilanza alla quale sarà possibile fare ricorso in caso di mancato rispetto dei diritti di base. Immancabili le proteste dei medici, che definiscono “mal concepita” la legge che inibirebbe la libertà e la libera espressione del personale sanitario nell’assistenza delle donne. Ma un cambio radicale, anche con questo piccolissimo traguardo, è ancora molto lontano.
E in Italia?
Sono anni che si parla di violenza ostetrica, anche in Italia. Non si contano le testimonianze di donne trattate come carne da macello, costrette a subire abusi psicologici e fisici in un mesto silenzio generale, perché non sia mai che qualcuna si permetta di dire “che la gravidanza è il momento più bello della vita” e che il “parto è la cosa più naturale del mondo”. Uno studio del 2017 commissionato da D.i.Re e l’Osservatorio sulla Violenza Ostetrica ha riferito di molteplici voci di donne che parlano di traumi psicologici duraturi, difficoltà nell’attaccamento madre-bambino, ansia e depressione post-partum. Il 21% delle donne italiane intervistate ha riferito esperienze di trattamento irrispettoso durante il parto.
La lotta in Italia passa attraverso i social
Le associazioni nel nostro Paese promotrici di un cambio radicale di rotta sono molte e tutte agguerrite. Di seguito un elenco, utile ad informarsi correttamente sui propri e altrui diritti e smetterla di prendersi in giro:
- Progetto “#ancheame”: un gruppo di 14 professioniste ha lanciato nel marzo 2023 la pagina Instagram “#ancheame” per raccogliere e divulgare storie di donne che hanno subito soprusi durante il parto. Leggere le testimonianze raccolte è forte, doloroso e disturbante. Ma necessario. Tra queste: “La ginecologa ha eseguito lo scollamento delle membrane senza chiedere il mio parere, anzi proprio senza parlare con me in tutta la visita” oppure “Se la smette di urlare, forse le facciamo nascere questo bambino”. È anche possibile a questo link firmare la petizione “My voice, my choice” per un aborto sicuro e accessibile.
- L’ Osservatorio sulla Violenza Ostetrica Italia (OVOItalia) raccoglie anch’esso testimonianze coraggiose di violenza ostetrica dal 2016, conducendo al contempo seminari e incontri per sensibilizzare sul tema. È promotrice della campagna social #bastatacere, con lo scopo di custodire e diffondere le testimonianze, continuare a dare voce alle madri e sensibilizzare la società italiana nei confronti del fenomeno di violenza ostetrica.
- L’account Instagram Mamma di merda, gestito da Francesca Fiore e Sarah Malnerich, si occupa del tema già da molti anni, concentrandosi principalmente sulle difficoltà dei neo-genitori nei primi giorni di vita del bambino. Tra i messaggi anonimi si legge: “Nessuno mi ha aiutata a cambiare la camicia da notte con cui ho partorito o accompagnata in bagno per mettermi l’assorbente. Ovviamente la bimba sempre con me“, o ancora: “Mi hanno costretta ad allattare quando io non ho mai avuto latte”, si legge nelle testimonianze.
Basta fiabe, dedichiamoci alla realtà
Si, non ditemi che se siete donne questa fiaba della gravidanza, infarcita di racconti su quanto vi cambierà la vita, quanto sarà splendida la vostra pelle e luminosi i vostri capelli, mentre passeggerete su campi verdi di margherite, non l’avete sentita almeno duecento volte dal vostro giorno uno a questo mondo. Quella sottile e maligna competizione in cui vi sentirete inserite con il manipolo di donne-macchine da figli, che cazzo, se ce l’hanno fatta loro, ce la farete anche voi.
“Quel dolore lo dimentichi”, “Quel dolore è necessario”, “Quel dolore è normale”. Tutto passa. E invece per alcune non passa affatto, non passa mai.
È una questione culturale ancor prima che sanitaria e legislativa. Trascende i secoli e le buone creanze del passato, quando si partoriva su tavoli e divani, in solitudine magari, ergendo questi momenti ad esempi di forza e costanza, dimenticando totalmente quanto si moriva di parto, un tempo. È la donna “forte, tosta, indipendente” che accetta di essere manovrata a piacimento (già, perché partorire in piedi ad esempio, modalità ben più comoda e naturale per il 99% delle donne, non s’ha da fare. Troppo scomodo, per l’ostetrica, ovviamente) e senza parlare. Soffrire come un cane, ma con il sorriso di mamma.
Pretendiamo un’umanizzazione del percorso di nascita
Quello che serve è un’educazione all’umanizzazione del percorso di nascita. Interrompere la catena della bambina-donna-mamma che tutto può e deve sopportare. Fare un figlio è un atto di assoluto coraggio e propensione al dolore. Essere accompagnate come esseri umani e non come mucche da latte in questa incoscienza collettiva, è un sacrosanto diritto, inspiegabilmente taciuto da sempre.

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