La proliferazione incessante dei listening bar tra marketing, mode e una disperata nostalgia di ciò che non sappiamo più fare: ascoltare
“Andiamo in quel nuovo listening bar che hanno appena aperto”, mi dicono dalla regia. Quale è già arduo capirlo considerato che, a Milano e Roma in primis, se ne apre almeno uno al giorno. Con impianti hi-fi più o meno roboanti e maestosi, arredamenti futuristici ma al contempo essenziali e vini rigorosamente biologici, mi siedo e inizia la processione di conversazione con gli amici tipica dell’aperitivo defaticante post lavoro.
“Non ho capito, c’è la musica troppo alta“, dice qualcuno. Riesco persino a capire al tavolo accanto cosa è successo alla tipa nel suo ultimo date ma non riesco assolutamente a capire se stia ascoltando musica jazz o ambient, se quell’uomo sia un dj o un avventore occasionale e se stia utilizzando formati digitali o vinili per attirare la nostra attenzione alla musica.
È un listening bar all’italiana e non promette niente di buono.

Ma cosa diavolo sarebbero questi listening bar?
I listening bar nascono in Giappone negli anni ’50 e ’60, principalmente a Tokyo, come evoluzione dei jazz kissa (jazz café), locali nei quali gli appassionati si ritrovavano per ascoltare dischi jazz in ambienti raccolti e rispettosi del suono. Totalmente pensati per l’ascolto attivo e profondo – in un’epoca in cui non tutti avevano impianti hi-fi a casa – ponevano la musica al centro dell’esperienza sradicandola dal concetto di “sottofondo” e chiedendo alla clientela silenzio e attenzione. Potremmo definirlo quindi un ascolto meditativo, con una selezione musicale quasi filosofica curata dal proprietario (il cosiddetto “masutā”). Se vuoi saperne di più, ecco il consiglio del giorno.
La deriva occidentale che scade nel drama
Ma arriviamo ad oggi. Negli ultimi anni, complice anche la riscoperta del vinile e l’interesse verso pratiche slow e rituali, i listening bar hanno conosciuto un vero e proprio revival globale. A partire dal 2010 circa, locali ispirati ai jazz kissa hanno aperto a New York (Public Records, Tokyo Record Bar), Londra (Brilliant Corners), Berlino, Parigi e in molte altre città italiane, Milano in primis. Alcuni (pochi) mantengono un taglio fedele al modello giapponese, altri ne reinterpretano lo spirito con tocchi contemporanei. È l’innesto occidentale che ha creato il drama. Nel regno dell’apparenza, dei deficit dell’attenzione, della moda sulla sostanza e del vociare indefesso, i listening bar all’italiana andrebbero più sotto il nome di “bar cool con musica di circostanza”.

Un paio di spunti, se vi va
Nel recente articolo del Guardian “The speakers are the crown jewels”: The Rise of Britain’s Listening Bars”, si analizza ad esempio il rapporto consequenziale tra la diffusione dei listening bar nel Regno Unito e il declino del clubbing notturno a livello mondiale causato dall’aumento dei costi energetici, dagli strascichi della pandemia e, nel Regno Unito, anche dalla Brexit. Nell’articolo Listening Bars Are Milan’s Latest Trend si indaga invece il fenomeno nella città di Milano che, più di ogni altra in Italia, ha assorbito nel suo tessuto urbanistico il fenomeno. La “capitale culturale italiana” generatrice automatica di mode è da sempre ideatrice e consumatrice dell’ape post-lavoro e dove, se non qui, la diffusione di listening bar dalla lista cocktail ben più ampia della selezione musicale del dj. Ma la musica qui esiste come l’oliva nel Dirty Martini: la pretendi ma in fondo la sua presenza è puramente accessoria.
E se i listening bar volessero salvarci?
In “Unfocused World, “Listening Bars” Demand Our Complete Attention“, si pone l’accento sulla loro possibile missione ideologica: se non sappiamo più ascoltare, allora i listening bar possono davvero aiutarci a farlo. Consideriamoli pure come un ammonitore, dei guru del silenzio e dell’ascolto attivo. Portiamoci, insomma, l’amico con cui non abbiamo grandi argomenti in comune mentre sorseggiamo il nostro gin nipponico in ciabatta Birkenstock e legittimando la nostra presenza lì con una storia geolocalizzata con la caption: “Lasciatemi qui”.
Zitti però, senza urlare. Non ditelo a nessuno.

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