La psicologia non salverà il mondo

Siamo tutti in terapia e chi no, non si vuole bene. Si chiama “eccesso di autoattenzione emozionale”. E non finirà bene.

Non c’è una sola persona che conosco che non sia in terapia o che non stia pensando di andarci. Per volontà? Per obbligo? Chissà. Fatto sta che manifestarsi come una persona attenta alle proprie emozioni e profondamente devota alla ricerca e alla comprensione del sé, è diventato importante oggi agli occhi della società.

La guerra degli eccessi

Ogni forma di stupido tabù sul tema, emblematicamente rappresentato dal dualismo “vado dallo psicologo = allora sono matto” è crollato come un castello di sabbia. È un bene e un incommensurabile conquista della nostra società e non sono qui certamente per ridiscuterne accigliata. Ma è negli eccessi che si insidia il male del nostro tempo e neanche le emozioni, proprio quelle che la psicologia dovrebbe anche aiutarci a gestire, sono riuscite a sfuggirgli.

Eva Illouz la definisce “Modernità esplosiva”

Sul tema, ne ha scritto molto meglio di me l’autrice Eva Illouz nel suo recente libro Modernità esplosiva. Il disagio della civiltà delle emozioni (Einaudi, 2025). Ne viene fuori un ritratto abbastanza bislacco di noi stessi: da insensibili macchine il cui unico scopo richiestoci era proprio scansare debolezze e irrisolti per mostrarci sempre “forti, tosti e indipendenti” ad un eccesso di autoattenzione emozionale, con una sovrabbondanza di teorie che attingono dalla psicologia (più o meno validate) per spiegare, circa, ogni maledetta cosa che ci accade nella vita.

La sociologia delle emozioni si sta sfregando le mani di fronte a tutto questo materiale: d’altro canto, quanti di noi sono d’accordo con la frase della Illouz: “la disciplina, mettendo in luce le basi istituzionali dei disagi privati, rivela non solo che le nostre conversazioni con gli psicologi sono profondamente sociali ma anche che la nostra psiche soffre di un eccesso di autoattenzione emozionale, come se il nostro obiettivo collettivo consistesse ormai semplicemente “nello stare bene“?
Io per prima, ci ho riflettuto molto prima di convincermi che sì, qualcosa ci sta certamente sfuggendo di mano.

Le emozioni la chiave di tutto (o quasi)

In Modernità esplosiva, Illouz analizza come le emozioni siano diventate un fulcro dell’esperienza umana nella modernità avanzata. Non più relegate alla sfera privata, sono oggi continuamente sollecitate, esibite e mercificate. La società contemporanea, secondo l’autrice, è caratterizzata da un’iper-attenzione alle emozioni, che si traduce in una sovrabbondanza di espressioni emotive e in una difficoltà crescente nel comprenderle e gestirle. Un compagno lunatico diventa bipolare, un’amica non convenzionale è una borderline, una paura non correttamente gestita diventa una sindrome. E via andare in una miscellanea di credenze costruire sui social o sui libri libri self-made che hanno contribuito a definire un nuovo universo, quello della pop-psychology: tutto si risolve con gli strumenti forniti dai Freud e compagni, attendi al varco i “5 segnali che ti dimostrano che lui è narcisista e sta giocando con te” e indossa il tuo più bel sorriso mentre segui le indicazioni sul “corretto no contact”.

La psicologia popolare e la medicalizzazione del quotidiano

Se fosse stata indetta tempo fa una grande festa per celebrare la democratizzazione della psicologia nelle nostre vite credetemi, sarei stata in prima fila con il mio striscione. Fiera, tronfia, risolta – per usare un termine tanto caro a chi qualche libro di psicologia l’ha letto davvero. Con soli 40€ ti portavi a casa una bella seduta sulle piattaforme UnoBravo e Serenis senza dover scegliere tra il latte d’avena o pagare le bollette. In poco tempo, abbiamo compreso l’origine del nostro disagio emotivo (i genitori, sono sempre i genitori), imparato a respirare e a gestire la rabbia. Poi, si è passati a diagnosticare disturbi clinici negli altri con la leggerezza di una farfalla: bipolare, sindrome dell’impostore, sottile tendenza al narcisismo, un impercettibile disturbo istrionico della personalità. Tutti, chi più e chi meno, potevano essere catalogati e quindi compresi, sgamati, gestiti, sabotati. È l’effetto psicologia popolare, come la definisce Illouz: concetti clinici vengono utilizzati in modo improprio nel linguaggio quotidiano, senza una reale comprensione, contribuendo a una medicalizzazione della vita quotidiana. Questo fenomeno è alimentato da un’industria del benessere che promuove soluzioni rapide e superficiali ai disagi emotivi, spesso attraverso percorsi terapeutici “mordi e fuggi” che rischiano di alienare ulteriormente l’individuo anziché offrirgli strumenti reali di comprensione e gestione delle proprie emozioni.​

Grati, mai dipendenti

Bisogna entrare in punta di piedi nelle cose e, come sopra, evitare quei famosi eccessi che mi fanno tanta paura. Ma se è vero che andare in terapia è un atto di coraggio e amore per sé stessi, è anche vero che non serve solo acquistare il biglietto di quel percorso – spesso complicatichissimo – che ne conseguirà: serve farlo ma farlo bene, con terapeuti competenti, con la giusta motivazione. Spogliando la psicologia di una santificazione che non le confà per sua natura e lasciandosi aiutare senza diventarne dipendenti e/o manipolati.

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