Dua Lipa è divina, Elodie una cubista che gioca a fare la diva: cos’è la nostra invidia (e perché non è tutta colpa nostra)
Prima c’è stata Dua Lipa, il 7 giugno all’Ippodromo di Milano. Poi Elodie, l’8 giugno al San Siro. Due donne, due performer e due spettacoli intrisi di ballo, sensualità,e moda, hit. In comune tutto o quasi niente, a seconda dei punti di vista. Soprattutto, diverse sono le percezioni palesate nei commenti social: da un lato l’icona che viene da “lontano”, con i suoi occhi magnetici e l’innata capacità di non sbagliarne mezza, Dall’altra, “la caciottara della borgata romana che prova a fare la postar dei poveri” prendendo tautologicamente in prestito una citazione poetica sotto uno dei suo ultimo video post concerto (certamente, di un luminare o un poeta, ça va sans dire).
L’erba del vicino è sempre più nera
Cosa rende affascinante un ballo sensuale in Dua Lipa e vergognoso in Elodie nelle medesime movenze? E perché non riusciamo ad ammettere che l’invidia – perché si, di invidia si parla – è un sentimento poco lodevole ma assolutamente naturale in una società ad alta competitività come la nostra?
L’idea che qualcuna come Elodie, il piccolo cerbiattino che cantava alla buona Giorgia ai provini di X Factor o annaspava con i suoi capelli corti e rosa al serale di Amici 2015, possa essere riuscita a portare in scena uno spettacolo non di certo innovativo ma ad alto contenuto erotico e politico avanti ad un pubblico di 45mila persone, non ci va giù. Il suo culo appare peccanimoso ma quello di Dua Lipa è fresco, di Rihanna trasgressivo, di Beyoncé fuori classica e di Madonna, invece, iconico.
Due pesi, tante misure
A Elodie, che fieramente sbandiera le sue idee e le sue origini umili ad ogni intervista possibile, non è concesso ottenere, al massimo di scimmiottare. È parte di quelle persone che per ceto, provenienza, cultura, possono ambire a diventare popstar nella loro cameretta senza mai rubare lo scettro a nessuno. In sintesi, siamo il 99% di noi donne a cui – nella versione più fortunata della storia – è stato concesso il libero arbitrio di sognare e pochi strumenti per riuscire a costruire una realtà all’altezza delle aspettative. E se Elodie ci riesce, beh, è il caso di punirla.
L’invidia, un sentimento paradossale
In parte non è colpa nostra. L’invidia è un sentimento paradossale: desidera ciò che hanno gli altri, odia quello che coloro disprezza possiedono o riescono ad ottenere ma questo odio è, al tempo stesso, il riconoscimento della propria inferiorità. Se prima veniva catalogato come un sentimento malevolo, oggi la società ci ha educati a pensare che avere ambizioni altissime, spesso al di fuori della nostra portata emotiva e fattuale, è cosa buona e giusta: punta in alto, raggiungi l’obiettivo con ogni mezzo (ivi compresi sgambetti) e, una volta ottenuto, prosegui il gioco infinito dell’insoddisfazione perpetua. Sii performativo insomma e se non riesci e qualcun altro si – vedi la vicenda Elodie – allora o ha barato o ha giocato sporco. Elodie appare come minaccia, sbandiera corpo e spirito facendosi paladina di valori e diritti di un’enorme comunità di donne senza il nostro consenso. Cavalca l’onda del successo senza nascondersi dietro cliché o finti perbenismi. Eppure è così vicina, una potenziale amica o commessa del supermercato diventata una star. No no no: non se lo merita, c’è qualcosa che non funziona. Più di tutto il pensiero invidioso martella: “l’avrei potuto fare anche io e, dato che non ci sono riuscita, non lascerò che a goderne sia proprio tu, piccola Elodie“.
I due pesi e le due misure della vicenda Dua Lipa-Elodie, dimostra quanto sia ancora lontanissimo l’obiettivo di una vera equità sociale tra uomo e donna, ricco e povero, noi e l’altro. E che l’inferiorità è spesso una condizione che ci auto-infliggiamo per non guardare davvero fuori dalla gabbia d’oro in cui noi donne abbiamo vissuto da quando è nato il mondo.

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