Negli ultimi mesi si è parlato anche troppo di concerti: chi fa sold out veri, chi finti e bla bla bla. Insomma, sembra che ormai il vero spettacolo sia capire chi ha venduto più biglietti, non chi ha messo in piedi lo show migliore.
Ma mentre tutti ci appassioniamo a queste tabelle excel del pop, nessuno parla del vero dramma contemporaneo: quanto diamine costa andare a un concerto?
Perché qui non si tratta solo di fare economia per comprare il biglietto. No no. Si tratta di valutare se vendere un rene per avere la possibilità (mica la certezza) di vedere il sopracciglio del cantante in HD.
Il biglietto base ti costa come una cena fuori (senza vino), quello “gold” come un weekend in agriturismo, quello “vip” come un piccolo elettrodomestico. Ma almeno, uno pensa, in cambio avrai un servizio di qualità.
E invece, sorpresa: i servizi sono rimasti quelli del 2003. Bagni chimici modello Vietnam, panini tristissimi a 12 euro, birra servita in bicchieri che si smaterializzano appena li guardi. Ma la vera pugnalata arriva con l’abolizione del PIT vero.
Perché tu, fan valoroso, ti fai 12 ore di coda con l’asfalto che ti cuoce le ginocchia, sopporti la vicina che canta stonata ogni soundcheck, e quando finalmente entri… scopri che il vero PIT è un altro. Uno recintato dentro il PIT, tipo matrioska, accessibile solo a chi ha un pass dal nome esoterico: Platinum Gold Deluxe Early Access Diamond Experience.
E lì dentro, a 10 centimetri dal palco, gente profumata, arrivata mezz’ora prima dell’inizio, in mocassini e camicia stirata, che chiede: “Ma chi apre stasera? Non è quella dei TikTok?”.
Intanto tu sei fuori, disidratato, che guardi la scena e pensi che l’unica vera esperienza immersiva sia quella nell’ingiustizia sociale.
Ma dai tu, sì, Gino… muoviti a suonare. Che tra un’ora hanno il driver.

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