La cocina del mondo

Di cucina ci siamo un po’ stancati tutti. Credo (spero) che la tendenza a esaltare chef senza davvero averne sentito parlare prima del reel di turno, o di dover recensire a tutti i costi il nuovo coreano dove si mangia in piedi stia andando a scemare lasciando spazio a un po’ di curiosità reale su cosa comporti lavorare in un ristorante.

La cocina, nuovo film di Alonso Ruizpalacios in concorso alla Berlinale 2024 non parla di questo, ma usa sapientemente il microcosmo delle cucine per sviscerare un tema onnipresente: la convivenza.

Liberamente tratto da un classico della drammaturgia britannica, The Kitchen (1957) di Arnold Wesker (ambientato nella Londra del dopoguerra, con ben altri problemi eh) Ruizpalacios ci propone una versione cinematografica nel cuore pulsante (e fumante) dell’America dei turisti e dei lavapiatti invisibili, riformattata come un racconto ibrido, coreografico, rumoroso e multilingue.

Nella trincea di un ristorante a Times Square si alternano giochi di potere tra poveri, immigrati, persone senza prospettiva, dirigenti che dimenticano le proprie radici in memoria del sogno americano. Il protagonista è Pedro (uno straordinario Raúl Briones), un cuoco messicano irregolare, con una storia d’amore interrotta, un padrone sospettoso e una crisi d’identità latente.

Accanto a lui, tra piatti volanti e grida da girone dantesco, c’è Julia (la sempre magnetica Rooney Mara), cameriera americana, un tempo Estela, forse madre, forse fantasma del sogno americano. Quando sparisce una busta con soldi, il caos si trasforma in caccia all’uomo. Il forno va a 300 gradi, e anche le tensioni sociali.

I lavapiatti spalano la merda, i camerieri raccolgono il vomito altrui, gli chef proteggono il loro micro angolo di libertà mentre fuori il caos è solo una traccia lontana diffusa dai tg. Ci capita sempre tutto sotto il naso ma noi non lo vogliamo vedere, dietro quella porta di bugie e illusione.

Quante lingue si parlano in una cucina? Quante storie e speranze si incrociano? Quante etnie? Ma soprattutto, davvero l’etnia conta ancora così tanto ai nostri giorni? O siamo tutti sempre più sull’orlo della povertà e del compromesso?

Il film è sicuramente una feroce critica sociale rivolta a quell’america che illude ma è solo lo specchio di una società sempre più aggressiva dove ognuno guarda il proprio piatto e alza la testa solo per reclamare qualcosa.

E poi c’è il potere, quello a cui tutti ambiscono, quello che – tanto sarai anche tu così – e poi non sai più come uscirne, trasformato dall’allucinazione in cui senti finalmente di poter avere di nuovo una voce.

La verità è che nemmeno ai vertici è così. Tutti abbiamo in gioco una posta molto alta. La famiglia, un possibile figlio in arrivo, la speranza di un futuro, la stanchezza. Tutti nella “cocina” alla fine perdono qualcosa.

Un’escalation di necessità implose. Un film graffiante che ti mostra quanto sia sempre più evidente la differenza tra classi e quanto siamo tutti semplicemente membri di una brigata che porta avanti il ristorante del milionario di turno.

Un condimento piccante per un momento storico sempre più privo di speranza. Fino a quando, come popcorn, scoppieremo sotto la pressione.

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