Non si stupisce nessuno eppure ne parlano tutti: la costruzione del mito dello scrittore per la Holden costa caro
Come un temporale estivo che all’improvviso ti fa fuggire dalla spiaggia proprio sul più bello, la Scuola Holden è stata travolta in questa calura estiva da una turbolenza mica da ridere. In ballo c’è la credibilità, non cosa da poco. Eppure, pur essendo sulla bocca di tutti – ivi compresi i tentativi maldestri di uscirne con classe – lo scoop sulla scuola dei sogni pagati a caro prezzo non stupisce poi più di tanto. E vi spiego perchè.
La scoperta dell’acqua caldissima
Un’ex allieva dell’Istituto privato torinese, Kants Exhibition, ha raccontato sul suo Substack e social, la vera realtà oltre le mura harrypottiane della Scuola Holden: una retta da 20k per il biennio in storytelling (qualunque cosa singnifichi), scarsa o assente trasparenza nei programmi didattici spesso al limite dell’improvvisazione, una competizione sfrenata e snervante fomentata dai professori/guru che sembrano lì più per gusto dell’autocelebrazione che per spirito socratiano. Potete leggerlo qui.
La scoperta dell’acqua calda insomma, direte voi. Tutto vero se non fosse che è la stessa Scuola Holden a farsi autogol. Prima con un video piuttosto maldestro poi cancellato dai profili (la storia completa qui). Poi, ad uno sguardo attento, nell’home page del sito si legge proprio che Original, il biennio criticato e preso ad esame dalla studentessa, è “il cuore storico della Holden. Parte dall’idea che narrare sia, non solo un gesto artistico, ma anche un modo per guardare il mondo e soprattutto un mestiere possibile”.

Il mestiere possibile
Un mestiere possibile appunto. Ma cosa succede quando si arriva ad indebitarsi per entrare nell’harem degli istituti privati e ci si accorge di essere completamente soli alla fine del percorso di studi? Se è vero che: a) grazie al libero arbitrio possiamo decidere di non spendere 20.ooo euro per studiare; b) siamo assuefatti e rassegnati dall’idea che l’accesso alla cultura sia tutt’altro che egualitario e c) ci hanno insegnato che scrivere Scuola Holden e IED sul CV ci qualifichi come professionisti (pur non essendolo necessariamente) DUNQUE quanto è lecito pretendere di ottenere a fronte di un pagamento così cospicuo un lavoro ben remunerato, coerente, decine di pubblicazioni garantite e l’eterna gloria?
Un pezzo di carta fa di noi scrittori?
Il punto è che la Scuola Holden vende promesse che non può mantenere. E se le mantiene – per fortuna, capacità, senso critico – il gioco non vale la candela. Lavorare nell’editoria, il settore più in crisi da decenni, è ben più utopistico di quel che sembra. Stipendi inadeguati, posizioni aperte centellinate alla goccia, innumerevoli libri spazzatura che verranno premiati sugli scaffali delle librerie a discapito della qualità.
La Scuola Holden – e si badi bene, con lei altri istituti che vendono mestieri non precisamente identificabili – è riuscita a far presa su una cosa che nessuna modernità e/o capitalismo potrà arginare: i sogni. Il sogno di scrivere, di ritrovarsi ad una scrivania fronte mare a scrivere il bestseller che leggeranno tutti, osannato dalle classifiche, bramato dagli editori. Questo, quando accade, non è quasi mai frutto di un foglio di carta del valore di 20k ma da una atavica propensione, velleità se vogliamo, bravura innata.
Il problema forse siamo noi
Il nodo centrale non è dunque il costo e la programmazione didattica fumosa, legittimata, ad onor di cronaca, proprio dal fatto che si tratta di una scuola privata e, come tale, libera di fare un po’ quel che le pare (ne scrive Leonardo Caffo, qui). Il nodo non è neanche la capacità di persuasione della scuola (basti vedere il sito) che trovo assolutamente in linea con le premesse e promesse della scuola, proprietà di uno dei gruppi editoriali più longevi dell’editoria italiana come il Gruppo Feltrinelli e presieduta da una delle penne più stimate quale Alessandro Baricco.
Il punto siamo noi e la nostra capacità di discernere la realtà dalla fantasia, di volerci bene e dare credito alla nostra professionalità. Siamo la generazione che sta imparando con più fatica a volersi bene passando proprio dal lavoro.
Quanto costa il mio tempo?
Che valore hanno i miei soldi? E quanto pesano, infine, i miei obiettivi utopistici nelle beghe del futuro? Poco. Lo sappiamo. Eppure siamo ancora pronti a bussare alla porta dei sogni: testardi, cocciuti, performanti a tutti i costi fino a che ce n’è.
Scrivere è un mestiere per pochi e quei pochi hanno solo una caratteristica che esula dalla capacità economica: il talento.

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