Tra travel influ e vlog, scegliere dove disinnescare il proprio stress in viaggio è più facile, forse, del previsto
Quest’estate ho proprio voglia di avventura: scoprire e scoprirsi, grigliarmi sotto il sole e raggiungere l’obiettivo di finire quel libro che mi guarda giudicante almeno da febbraio sul comodino. E poi ho voglia di tramonti, magari goduti e non postati, e di ricordarmi come faccio ogni anno che “quello è l’ultimo tuffo dell’estate”, sperando di chiudere gli occhi quando il vento freddo mi spaccherà le labbra di lì a poco e ricordare che un tempo sono stata in pace. Ma come fare, oggi che il mondo è di tutti? Come riappropriarsi del concetto di bellezza e stupore che prima accompagnava tutti i nostri viaggi?
Si parte! Si, ma da Tik Tok
Anche io, essere senziente, sono caduta nella trappola di pianificazione viaggi attraverso Tik Tok. Ho cercato la parola chiave del luogo in cui andrò tra qualche mese e mi sono imbattuta in reel e vlog di ogni specie, qualità e lingua. Nel giro di 15 minuti ho immediatamente capito quali sono le spiagge più belle, i party più divertenti, i ristoranti più gustosi e i locali notturni dai cocktail più economici e carichi di alcool che rimpiangerò il giorno dopo. Mi è venuto un brivido: è qui che voglio essere?
Seppure fossi sul mio divano a spararmi la mia dose quotidiana di ventilatore forza 4 dritto in petto, per quel tempo inesorabile scandito da reel frenetici, sono stata esattamente lì dove la gente voleva che fossi. “Oggi vi porto in questo mare cristallino”, “Oggi siamo nella spiaggia più bella di X”, “Me lo avete chiesto in tanti: dove si beve il miglior mojito dell’isola?”.
Io non ti ho fatto nessuna domanda, Maria Grazia
Mi sono trasformata così nella Bonaccorti, sdegnata dal fatto di ricevere così tante risposte senza aver mai pronunciato alcuna domanda. Pentita, forse affranta, di aver scelto la meta delle vacanze sbagliata. Non può essere, non sarò io quella che occuperò l’ultimo lettino a 50€ della giornata di quella spiaggia paradisiaca di cui conosco ogni angolo grazie agli spostamenti altrui. Io vi combatterò, turisti drogati di algoritmo. Vi dimostrerò che nell’epoca dei consigli non richiesti, si può ancora essere viaggiatori.
Ho speso ore del mio tempo su Google Maps
Con la forza della mia testardaggine, ho combattuto la mia battaglia a colpi di Google Maps. Laddove lande distese di nulla, buchi marroni, pochi bar e/o ristoranti costellavano la zona della mia ricerca, io piazzavo le mie bandierine. Chiese distrutte, sentieri non sterrati, luoghi abbandonati da Dio con un solo bar rimasto agli anni 50′ ad accoglierci: era questo quello che volevo. Più che una vacanza, insomma, una fuga.
Una via di fuga possibile
Perché è evidente che il fenomeno dell’overtourism e del “viaggio quindi esisto” non si combatte a colpi di zoomate su Maps. Ma si può diventare viaggiatori consapevoli, preservando il proprio e l’altrui spazio utilizzando gli strumenti social al contrario: dimmi dove andrete tutti e me ne terrò alla larga. La nuova frontiera del viaggio, in soldoni, è esattamente questo. Per disinnescare, purificarsi dalle tossine, lasciarsi il tempo e lo spazio per stupirsi ancora.

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