Magari sbaglio, eh. Ma stavolta James Gunn ha fatto centro. Più o meno in mezzo. Con una S gigante.
Diciamolo subito: c’era un misto di ansia e curiosità intorno al nuovo Superman firmato James Gunn. Del tipo “ma servirà davvero un altro film su Superman?” o “non è che ci rifilano di nuovo la scena del razzo che parte da Krypton mentre i genitori piangono in slow motion?”. Insomma, il rischio sbadiglio c’era. E invece… sorpresa: questa volta non si parte con l’ennesima storia delle origini, ma con Superman che ha appena perso una battaglia. Sì, proprio perso. Sconfitta netta. E già qui il tono cambia.
Perché questo Superman non è quello perfettino col sorriso da spot dei dentifrici. È uno che sanguina (ok, non tanto, è pur sempre Superman), che si fa domande esistenziali, che litiga con sé stesso, che si chiede se sta facendo più danni che bene. Uno con i superpoteri ma anche con le superpaturnie. Il tutto mentre cerca di bilanciare la sua doppia identità: figlio di un pianeta esploso e reporter con gli occhiali spessi.
Gunn ci mette poco a farci capire che il vero cuore del film non è Krypton, non è Metropolis, ma è proprio Clark Kent, con tutte le sue fragilità umane. La kryptonite, stavolta, è interna. E non è verde brillante, ma ha la forma dei dubbi, dei legami familiari, delle responsabilità emotive. Insomma, questo Superman è dannatamente umano.
Il film è pieno di riferimenti attuali, alcuni più espliciti (ciao social media che trasformano anche un salvataggio in mare in una guerra culturale), altri più sottili. C’è persino un certo sottotesto politico, ma senza fare la morale: Gunn sembra dire “questo è il mondo di oggi, Superman ci vive dentro“, e a volte ne prende le mazzate”.
Tra Krypto e Lex, il vero equilibrio
E parlando di personaggi secondari, segnatevi questo nome: Krypto. Il cane. Sì, c’è un cane, ed è la quota comica del film. Ma non è solo un pretesto per vendere pupazzetti: è il cuore tenero di molte scene. Gunn, del resto, ha già dimostrato con Guardiani della Galassia di saper mescolare azione, ironia e pucciosità senza far crollare tutto.
Ma la vera rivelazione è Nicholas Hoult nei panni di Lex Luthor. Monumentale, minaccioso, carismatico e finalmente non ridotto a una macchietta calva. Un villain coi fiocchi, che si prende la scena ogni volta che entra. Finalmente un Lex Luthor con cui non andresti volentieri a cena, ma che vorresti vedere di più sullo schermo.
Ma quindi è perfetto?
No, certo che no. Alcune sequenze sono un po’ affrettate, tipo quelle che sembrano montate da uno con l’autobus in doppia fila. La colonna sonora, purtroppo, non fa miracoli: se vi aspettate di sentire qualcosa che vi faccia venire i brividi come il tema di John Williams… portatevi un paio di cuffiette con la vecchia soundtrack, che non si sa mai.
Superman di James Gunn è un film che rischia, e per lunghi tratti vince. Ha il coraggio di proporre un Superman nuovo, più fragile, più complesso, ma senza dimenticare il senso di meraviglia. È spettacolare? Sì. Perfetto? No. Ma è vivo, e in un panorama di cinecomic spesso più interessati all’effetto speciale che all’effetto emotivo, questo è già tanto.
Magari sbaglio, eh. Ma per una volta, Superman sembra davvero tornato a volare

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