The End: fine del mondo o fine dei musical?

Joshua Oppenheimer ha deciso che la fine del mondo doveva cantare. Non urlare, non esplodere. Cantare. E così The End si presenta come un musical apocalittico. Un bunker di lusso, qualche miliardario superstite, e canzoni come tentativo estremo di non impazzire.

È un film intelligente e per certi versi anche coraggioso. Ma la domanda sorge spontanea: perchè un musical?? Non perché non funzioni a livello concettuale, anzi: sulla carta, il contrasto tra forma leggera e contenuto tragico è perfettamente pensato. Il problema è che, nel concreto, si crea una distanza, una barriera tra il pubblico e ciò che il film sta cercando di dire. E quei numeri musicali un po’ buttati random finiscono per appiattire l’impatto invece di amplificarlo.

Sotto sale, sopra le righe?

Il film si svolge interamente in un bunker iperrafinato: pareti lisce, luci perfette, opere d’arte appese come talismani contro l’ansia. L’umanità è fuori, distrutta. Dentro restano pochi eletti, tra cui un petroliere in pensione (Michael Shannon), sua moglie ex danzatrice (Tilda Swinton), il figlio-filosofo (George MacKay). E ovviamente, una pianista. 

Oppenheimer è un regista lucido, visionario, e questa sua lucidità si sente tutta. La regia è chirurgica, i dialoghi sottili, i momenti di vuoto claustrofobici quanto basta. Ma ogni volta che la narrazione prende quota, arriva un brano musicale a spezzare il ritmo. Non per aprire nuove porte emotive come fanno i grandi musical ma per ribadire concetti già chiari.

Abbiamo capito, la vostra è una grande sofferenza borghese. Che palle. 

Il canto diventa, paradossalmente, un modo per tappare la bocca all’emozione invece di liberarla.

Scelta vincente? Meh. Da amante dei musical ho seriamente sentito il peso degli ingressi musicali tanto da volermi distrarre per non assistere a quella angosciante finzione.

È chiaro che il canto qui non è catarsi: è rimozione. È l’ultima forma di autoinganno di una classe dirigente che ha distrutto tutto e ora si lagna a suon di musica. Affascinante, già, ma invece di svelare l’ipocrisia, rischia di indebolire la tensione. Le canzoni monocorde, volutamente fredde, non emozionano, non sorprendono. Ti tengono lì, ma non ti portano davvero da nessuna parte (forse è proprio questo il senso? Costringerti ad assistere a questa litania borghese?).

In alcuni momenti il film sembra più interessato all’idea che all’esecuzione e ai personaggi che lo abitano che proseguono imperterriti nella messa in scena senza un briciolo di empatia. E quindi, per quanto The End abbia qualcosa da dire, ti ritrovi a rispettarlo più che a sentirlo.

È un film che respinge.

The End ci prova ma a parer mio non ci riesce. 

È un film pensato che prova a disturbare ma finisce con lo straniare. È un film che sceglie di essere difficile da amare. Non perché sia scomodo, ma perché è cerebrale, rigido, a tratti auto-referenziale. Il musical diventa una corazza invece che una ferita aperta. E allora, anche se tutto intorno prova a crollare, a un certo punto ti accorgi che l’unica cosa che davvero si dissolve è il coinvolgimento.

Di Elena Bellanova

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