La sagra dell’illusione

Ogni estate è sempre peggio: le sagre come le conoscevamo un tempo, non esistono più. E al loro posto?

La sagra del prosciutto, la festa della birra, la sagra di tutto ciò che si può friggere, la festa della patata “alla maniera del Paese XY”. Le sagre come esempio fulgido di antichi sapori e tempi che furono, non esistono quasi più. Al loro posto, necrologi di invenzioni vacue e al limite del grottesco celebranti prodotti al più importati se non addirittura industriali, ricette antiche quanto lo sono i grattacieli di Dubai e con prezzi folli da cena gourmet in involucri di plastica anni ’90 (quel tempo in cui tutto ci sembrava semplice, persino trovare refrigerio nella sagra di paese sfamando tutta la famiglia con pochi soldi).

Sagre brutte, first of all

Tra le tante vittime di overtourism e spettacolarizzazione della normalità, le sagre sono quelle che mi fanno più rabbia. Non sono l’unica a dire il vero: la toscana Lucrezia Cortopassi ne ha fatto quasi un business con la sua pagina instagram @sagrebrutte che come molti aspetti del nostro odierno “fa ridere ma anche riflettere”. Nella vasta raccolta di locandine ideate con Paint e offerta musicale da Corrida, vi si può trovare di tutto: rane, tartufi, erbe aromatiche, formati di pasta mai uditi, prodotti che manco la terra stessa pensava di poter generare. E così, nel mio lento peregrinare dal Nord che mi ha accolto poi al Sud che mi ha dato la vita, mi sono imbattuta in molte delle 40mila sagre certificate italiane unite da un unico, grande, comune denominatore: la propensione al nulla e al profitto.

Cosa ne è stato di quel rifugio dai prodotti confezionati Esselunga?

Un anziano tutto rughe ed svogliatezza, seduto al tavolino di un parco diventato presto bisca clandestina di giochi di carte selvaggi che scandiscono il suo e l’altrui tempo del tramonto della vita, mi risponde: “Bah, io la sagra del prosciutto nel mio paese non l’ho mai capita. Io il prosciutto lo compro, sì, al supermercato all’angolo a destra. Ma è quello preconfezionato, è comodo accussì”. Succede a pochi km dalla città in cui vengo a svernare e che un tempo chiamavo casa, tempio di sapori che non riesco a dimenticare, di tradizioni che mi vanto di avere. Dal campo all’Esselunga, le mie radici sradicate e sbilenche attendevano l’estate e le sue sagre, di cui adoravo il prodotto finale quanto immaginare la macchina che c’era dietro. Fantasticavo sulle signore del posto, che probabilmente attendevano quel momento un anno intero, il momento di tagliare tutte insieme (fazzoletto alla testa, le mani grandi che non conoscono tregua) kg di cipolle, patate, qualunque cosa facesse numero, sostanza, godimento. Il vino a 50 centesimi, quello nero come il buio che ti rimane attaccato ai denti e alle tempie il giorno dopo e che ti fa muovere come un’anguilla al ritmo di tamburi fuori tempo, canzoni stonate, bambini che si rotolano a terra e piangono. Immaginavo insomma la comunità, l’uno che diventa tutti, una macchina inarrestabile e disorganizzata di mani, braccia e orgoglio rurale.

La sagra è anche una questione di coraggio

Immaginando immaginando, di anno in anno mi sono ritrovata con vassoi di plastica stile ospedale pubblico con porzioni sempre più risicate, abbinamenti sempre più maldestri e prezzi al pari di un ristorante che ha almeno il benefit di una seduta comoda al posto delle panche di legno che ti pungolano la schiena. Mentre bevo il pozzo del vino nero quadruplicato di costo ma non di certo di qualità, osservo intorno a me la varietà umana di suoni dissocianti, bancarelle di caramelle veneziane e tartufi piemontesi (che come cavolo vi viene in mente, non so) e gente che ha fame ancora ma non lo dice. Non si ha il coraggio, nessuno fa la prima mossa. “Prendiamo anche il dolce?” è il massimo che si riesce a fare per portarsi a casa la serata a stomaco pieno. Anche le file interminabili e la gestione dei ticket (??) per ottenerlo diventano quasi digeribili, certamente più di quella zeppola fritta almeno due ore prima che accompagnerà il tuo sonno dopo qualche ora. Si sbuffa solo un po’ a fine serata commentando: “eh ma non è più come una volta”.

Ogni anno la stessa storia

Ci ritornerai, certo. Non c’è nulla di più resistente di un’illusione a cui aggrapparsi. E le sagre di oggi sono solo una farlocca imitazione del passato in cui ormai siamo costretti a rifugiarci, rimpiangendo anche il tempo in cui il costo del vino marcio andava dritto nelle mani del parroco che prometteva sempre qualcosa ogni anno che poi non si realizzava mai. Ma “che fa”, i bambini si so’ divertiti. Oggi non è neanche più importante sapere la destinazione finale del nostro essere lì: è una veglia funebre di antichi ricordi che il folklore forzato ha masticato e sputato in eventi forzati, pettinati, costruiti su una bugia.

L’obiettivo è scovare le eccezioni. Buona fortuna.

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