Ozzy se n’è andato. E magari sbaglio, ma oggi non ho voglia di parlare dei pipistrelli, degli eccessi, delle cadute (più fisiche che morali, a volte). Oggi preferisco pensare a tutto quello che ha costruito, a come ha trasformato il rock da ribellione adolescenziale a rito oscuro, epico, eterno.
Il Principe delle Tenebre – che poi chissà se l’ha mai presa davvero sul serio, quella corona – è stato molte cose: uno showman, certo, ma anche un pioniere. Un sopravvissuto a se stesso. Uno che ha dato voce al caos interiore di almeno tre generazioni. E lo ha fatto con una sincerità spiazzante, con quella sua voce a metà tra l’urlo e la confessione.
Ozzy non voleva morire da uomo qualunque. Lo aveva detto chiaramente. E no, non lo è stato. Se n’è andato – guarda un po’ – dopo aver salutato i fan, pochi giorni fa, come solo lui sapeva fare: con un messaggio semplice, diretto, più potente di mille urla: “I love you all”.
Ci lascia la musica, certo. Ma anche una lezione che non passa mai di moda: essere sé stessi, fino in fondo, costa caro. Ma vale tutto.
“Many times I’ve lost control / They tried to kill my rock and roll / Just remember I’m still here for you”…
Ecco. Sei stato lì per noi, Ozzy.
Con i tuoi demoni, le tue cadute, e la tua luce nerissima.
E magari sbaglio, ma credo che lo sarai ancora a lungo.

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