Perché è difficile essere donna e non femminista, oggi?

Uno sproposito solo a pensarsi. Eppure, il tifo del femminismo di oggi può anche non aderire ai nostri valori pur possedendo una vagina.

Sono donna e buona metà dei dettami del femminismo odierno, non li condivido affatto. Ecco, sembra così semplice, basterebbe avere il coraggio di dirlo senza il timore di essere dissata dalle mie mie colleghe di amabili sventure, eppure non lo è affatto.

Premesse, quando è giusto farle

Premessa: la violenza sulle donne, sia essa fisica così come psicologica, esiste e fa schifo. Sono stufa quanto tutti di fare la conta delle vittime per mano di uominicchi pazzi e furiosi. La piaga sociale della legittimazione al sopruso e alla prevaricazione è un dato di fatto e si annida nei piccoli infinitesimali gesti quotidiani di ogni giorno, da che si ha memoria. Nulla di tutto quello che segue ha l’obiettivo di sminuire il fenomeno o provare a far girare la testa dall’altra parte: sarebbe come guardare il dito mentre quello che ci sta facendo male è la luna.

Dalla misoginia alla misandria: quando l’odio è arma

Però, la misoginia ha lasciato il posto alla misandria. Per procedere di sostituzione di lunghe epoche in cui contavamo meno di niente si è deciso di procedere per ripicca, utilizzando “occhio per occhio, dente per dente” come arma di difesa. È il metodo del tifo che tanto fomenta il nostro quotidiano: contro tutti o contro nessuno. “Non tutti gli uomini ma sempre un uomo” per renderla più poetica e progressista.

Eppure avevamo fatto finalmente squadra. Qualcuna aveva ben capito che i social sono diventati un amplificatore di antiche e nuove questioni (ma che spesso andrebbero invece discusse e risolte nelle sedi opportune). Solo che, invece che un affiatato e compatto team, sembriamo troppo spesso dei mostri satanici di una setta: noi contro voi, il bene contro il male, non si salva nessuno eh.

Le paladine della giustizia sui social

Se poi, nel flusso virale, si riesce anche a diventare celebri paladine dei diritti ‘rosa’, perché no. È il caso recente della giovane 23enne che ha denunciato molestie in un ospedale romano. La frase “se vuoi toglierti il reggiseno ci fai felici tutti” è accettabile e può essere etichettata come una battuta burlona? No, no e ancora no. Affidare però a TikTok uno sfogo amaro misto simulazione lacrime con la scritta “Condividete tutti” è però quantomeno bislacco perché l’unica cosa giusta da fare sarebbe solo far ottenere a quel simpatico medico una nota disciplinare che gli faccia dimenticare l’ironia sul posto di lavoro. Un atteggiamento che, mi spiace, danneggia solo la causa e sposta l’attenzione sul metodo anziché sul risultato.

Tu mi fai male? Io ti odio

L’educazione sentimentale che si intende diffondere a macchia d’olio è la prassi più lenta ma anche più radicata che la mia mente riesce a partorire. Ma vale per tutti: uomini, bambini, donne comprese. Le battaglie femministe di oggi dimenticano che l’obiettivo paritario non può compiersi passando per l’odio verso il sesso maschile ma per l’amore verso noi stesse e una generale accettazione che ‘uguale’ significa anche abbandonare gli stupidi privilegi che nostro malgrado abbiamo ottenuto nelle cose futili della vita: non lavorare se non ti va, farsi aprire lo sportello come se fossimo minorate, attendere pazienti la proposta di matrimonio per rispetto della tradizione, far leva sul nostro fascino per ottenere vantaggi e così via. Perché quel che risulta poi nei discorsi tra donne, è una critica al patriarcato sempre altalenante, incoerente direi.

No ai ginecologi uomini: il razzismo digitale

Anche cattivo: sempre pochi giorni fa una nota creator ha espresso la sua in IG dicendo che, secondo lei, non dovrebbero esistere ginecologi uomini perché non conoscendo l’organo femminile, non sarebbero delicati. Trovo che questa frase sia il punto più basso di tutto il mio intricato discorso. Le parole sono importanti quindi chiamiamolo pure con il suo nome: razzismo digitale, caricando le donne a manovella e insinuando il seme del dubbio su una categoria specifica di persone – i ginecologi uomini – che nulla ne possono contro chi perpetua violenza fisica sulle donne – da punire – e che fanno bene il proprio lavoro (io ne sono la prova, con un magnifico dottore che mi ha portato alla luce e che, mi auguro, porterà alla luce i miei figli se il destino lo vorrà).

In questa guerra civile, detesto l’obbligo di schierarmi

Se comprendo e faccio mio un pensiero di un uomo – tipo miei amici che lamentano di ricevere sguardi di paura e rabbia per strada per la sola colpa di star camminando a pochi metri da una donna al calar del sole – mi sento in colpa. Se non voglio aderire a nessuna setta ma voglio donne libere e uomini liberi in un mondo libero, divento una sognatrice. Se infine, sento di non voler rinunciare al confronto con il maschile senza ridurre tutto ad un “sono dei minus habens, non ci arrivano”, sono una matta.

Il femminismo umanista

Utilizzerò una dichiarazione di Valeria Bruni Tedeschi (ndr. donna che amo alla follia) come chiusura e auspicio al mio soliloquio: “Il mio femminismo è il mio personale, non aderisce ad alcune caratteristiche del femminismo estremista di oggi, assolutamente: non aderisco all’odio delle donne contro gli uomini, non aderisco alla tirannia della parola. Io aderisco alla lotta per l’uguaglianza in cui non c’è una parte della società contro un’altra. Io non mi sono mai sentita contro gli uomini: d’altronde, mi sento anch’io un po’ uomo e mi sento anch’io piena di difetti, piena di cose da cambiare, di autocritica da fare”.

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