È giusto che un artista si esponga politicamente?

Viviamo tempi buissimi. Oppure no?

L’informazione ci dice questo. Seleziona, crea casi, butta fuori notizie così velocemente da non riuscire quasi a verificarne la veridicità

Sappiamo per certo che in atto c’è uno scontro terrificante laggiù, non troppo lontano da noi, e da mesi sembra diventato l’unico reale argomento e l’unica reale notizia. Un po’ come i trend sul make-up, l’informazione si muove in maniera altrettanto subdola, selezionando per te le notizie realmente rilevanti.

È quindi molto importante riuscire ad allenare l’algoritmo, chiedergli di accontentarci e farci vedere solo quello che vogliamo realmente vedere.

In questo momento nel mondo esistono circa una dozzina o più di conflitti realmente allarmanti. Dal Sudan allo Yemen, passando per India e Pakistan, Iraq e Turchia sudorientale e tutti sono realmente preoccupanti per le sorti dei civili ma anche degli sviluppi geopolitici. 

Ma l’algoritmo proprio non me li propone. Errore mio credo.

In compenso mi propone notizie come quella di Rosalia, cantante di fama mondiale, che viene ribaltata dai fan per non essersi esposta sul conflitto Palestina-Israele, tanto che uno stilista (Miguel Adrover) si rifiuta di farle un abito dichiarando: “il silenzio è complicità”. 

La cantante in questione, paracula o meno, ha dirottato il focus verso chi ha potere politico. 

Da lì ondate di commenti aggressivi, di gente delusa, di persone che si rifiutano di ascoltare la sua musica. 

Le riflessioni spontanee sono due: il silenzio sugli altri conflitti ci rende quindi tutti complici? E soprattutto: un artista è davvero tenuto ad esporsi politicamente se il proprio lavoro non mira a quello? Se la propria musica decide di parlare di altro e se non ci si sente in quanto esseri umani di prendere posizioni su temi così delicati? Davvero un personaggio pubblico non ha altra scelta che schierarsi e dire la sua? 

I casi sono diversi e nell’ultimo anno ne è testimone un movimento social che segnala e blocca artisti ”colpevoli di silenzio” sulla guerra a Gaza #Blockout2024

Quello che fa specie è l’aggressività e l’accanimento solo su certe tematiche. Non apre a riflessioni, non intercetta la possibilità che si possa tenere le distanze e cercare di fare arte per come si è capaci, ma vede l’artista come un riferimento globale anche per battaglie che forse non può e non vuole combattere.

Sia chiaro, il punto non è essere d’accordo o meno, il punto è la libertà, sempre. 

Siamo sicuri che noi che lottiamo per i diritti ripostando reel, o alzando i toni al bar con gli amici, stiamo davvero prendendo parte alla discussione? Perché un artista dovrebbe esporsi più di noi? 

Cancellare, ignorare, boicottare è l’arma potente del popolo. La rivoluzione silenziosa dei nostri tempi. Ignora le reali intenzioni, non prende in considerazione opinioni diverse, passa la lama sul collo proprio come la ghigliottina. 

Mi domando se siamo sempre così consapevoli che mettere alla gogna personaggi che hanno fatto del loro talento un mestiere sia un atto estremo che responsabilizza sempre qualcun altro. 

L’arte nasce da un bisogno, da ciò che si conosce visceralmente o che si vuole sviscerare. Decidere di esporsi o meno su tematiche politiche deve essere un’opzione o stiamo tutti, lentamente, perdendo il senso della libertà di parola e di scelta.

Motomami a tutti.

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