A Cipro, guardando la linea dell’orizzonte, ho scorto Gaza e il suo dolore. E il nostro.
Altro che romanticismo. Prima di quel momento, il flusso estivo e la sua leggerezza avevano obnubilato la mia mente in uno stato di semi-incoscienza e distacco dalla realtà: c’era solo il viaggio, la scoperta, la parentesi felice e la fuga. Lo era anche quel momento preciso, quando sorseggiavo la mia birra Keo guardando il sole scendere insieme a milioni di formiche salite su quella costa a guardare il mare mangiarsi il sole. Lì, mi sono resa conto che oltre quel blu c’era Gaza. Era vicinissima.
Non era in un reel né tantomeno un luogo ameno e diabolico distante dalla nostra realtà. Era proprio lì, forse un tempo simile a quei luoghi che avevo calpestato per una settimana, svuotata da facce simili a quelle che mi avevano offerto consigli di viaggio o hallumi alla griglia. La morsa del pianto e dell’odio hanno fatto nido nel mio stomaco.
Si è fatto vivo un ricordo di bambina, quando per la prima volta sentii parlare di olocausto, di giorno della memoria, di orrore. La prima cosa che mi chiesi in assoluto, in barba a tutte le logiche illogiche di motivazioni geopolitiche e culturali, fu: “Come è potuto succedere? Perché nessuno fece niente?”. Dentro di me cresceva già una piccola donna polemica, di quelle che non è mai un bene avere come compagna di banco. Rigida, inflessibile, convinta delle sue idee e della sua unica predisposizione al giusto. Quanto mi sbagliavo l’ho scoperto solo ora.
In tutta la sua potenza, la capacità di provare odio
è stata la rivelazione più agghiacciante degli ultimi miei anni.
L’odio è un fluido: goccia dopo goccia si insinua ovunque. L’idea che non trovi sfogo è inaccettabile: ecco perché condivido e condividiamo tutti contenuti pro-Pal e scendiamo in piazza, ci abbarbichiamo su barche di fortuna, appendiamo bandiere fuori al balcone, ci armiamo di bombolette e facciamo urlare i muri delle nostre città. Per non morire anche noi nella consapevolezza di non aver fatto assolutamente nulla, proprio come quella domanda che mi ponevo da bambina e di cui non voglio essere protagonista.
In aeroporto a Larnaca, punto di snodo abbastanza evidente di rotte israeliane e, per questo, crocevia di malumori per noi viaggiatori onesti, ho dovuto passare in rassegna tutti i podcast su meditazione e mindfluness che mi sono capitati a tiro. Dai cori da stadio ebraici e urla al check-in per millantati trattamenti di sfavore alla consegna bagagli, tutto risuonava come uno scherzo beffardo del destino. Se avessimo detto parlato, saremmo stati tacciati in un nano secondo di antisemitismo, lo sport preferito di quel popolo da che ne abbiamo memoria. Se non lo avessimo fatto, come è stato, ci saremmo sentiti complici e codardi. Insomma, un cortocircuito d’odio che ha avuto i suoi effetti nefasti per tutte le mie tre ore e più di viaggio.
Mi sono interrogata sul male, sull’odio, sul rancore
Mi sono chiesta se fossi ancora d’accordo con la me di un tempo, cresciuta a pane e buoni sentimenti, se questa triade porti a qualcosa. In fondo, credo di essere convinta tuttora. Ma sono stanca, la mente cede, Gaza oltre l’orizzonte è diventata un incubo ricorrente.
Non sono più quella bambina, non posso permettermi solo domande: devo necessariamente fornire e fornirmi delle risposte. Le cercavo nel mare, ho trovato solo dolore. Domani scenderò in piazza: voglio sapere di essere stata una goccia nel mare dell’umanità.

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