Commuoversi per dei veneti ubriachi è possibile.

“Le città di pianura”, film del regista Francesco Sossai, eleva il concetto di venetismo ad una forma d’arte

Si è insidiato timidamente tra le uscite ottobrine, quando crollano le prime temperature al pari delle foglie e ritorna la voglia di cinema, un po’ per desiderio un po’ per ricerca di tepore.

Un film senza geometrico e amaro

“Le città di pianura”, film di Francesco Sossai, si colloca in questo contesto come una chimera italiana sorprendente: un film senza fronzoli, geometrico, amaro e solido in cui sembra di essere perennemente sotto l’effetto di una sbornia senza fine, quella che solo i veneti sono capaci di smaltire.

Un film sui luoghi

Gli stereotipi e i cliché ci sono tutti, uno dietro l’altro in fila, ma questa volta rincuorano come quando si rientra a casa e, in mezzo al fragore, si ritrovano alcuni luoghi esattamente al loro posto. Un film dove luoghi, ambienti e strade che non portano da nessuna parte diventano involucri silenziosi delle persone che ancora li abitano, raccontando del Veneto, di vite dimenticate e di spaesamento reiterato.

La nostra storia

Non c’è bisogno di esserci stati, lì: tutto racconta una storia già ascoltata di bar fetidi, mestizia sociale, insegne di attività crollate, vite inutili, insegne di attività crollate, amicizie che diventano fortezze e galere, andate, ritorni, cibo curativo, la diffidenza del paesano nei confronti dello stesso mondo che lo ospita e di cui teme l’ampiezza.

Commuoversi per dei veneti ubriachi è possibile

Bisogna essere bravi come lo è il regista Francesco Sossai, a raccontare ancora l’Italia senza scadere nella nausea, accompagnandoti fuori dalla sala con la voglia di scappare lontano e di non andartene mai più, nello stesso momento. Questo per me è il mio Paese. Allora e solo allora, commuoversi per dei veneti ubriachi è veramente possibile.

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