Mamma ho perso il cinema :(

Il ritorno in sala dei grandi cult del cinema, cosa sottintende? Abbiamo davvero bisogno di questa operazione nostalgia?

Nota per il lettore: “Vedi, Kevin, tu sei quello che
i francesi chiamano “les incompétents“.

È senza dubbio uno dei miei cavalli di battaglia. Un evergreen tutto l’anno: se ridi vuol dire che la capisci, possiamo intenderci e quindi possiamo essere amici. Non dici nulla? Avanti il prossimo. Col tempo, scegliere le persone a cui dedicare le briciole del proprio tempo diventa operazione spietata ma necessaria.

Il ritorno al cinema di “Mamma ho perso l’aereo”

Lungi da me dunque criticare la scelta, senza provare a spiegarmi, di far tornare sul grande schermo in 4K “Mamma ho perso l’aereo” in occasione del suo 35° anniversario (già, siamo vecchi amici). Un gesto furbescamente affettuoso verso il pubblico, scandito da ulteriori contorni di marketing nostalgici come una playlist dedicata nell’attesa (wow, che innovazione) e la richiesta di indossare il più brutto dei maglioni natalizi per l’occasione.

La vera domanda è: perché?

Non scherziamo: oltre alla su menzionata citazione storica, ogni anno da (quasi) 35 anni, ripropongo a qualche sventurato la scena di Kevin che si schiaffeggia con la lozione dopo barba nel bagno dell’albergo. Anche questo rientra nel mio repertorio di iniziazione ai rapporti con gli altri. Ma la vera domanda, oggi, è: perché? Cosa aggiunge una proiezione di un film mandato in onda a tamburo su Italia1 da 25 anni al cinema? A chi è rivolta questa “proiezione speciale”?

Nostalgia del futuro

Il caso non isolato di ritorno dei grandi classici nelle sale è un segnale chiaro di cosa sta diventando il cinema oggi. Non più (solo) sperimentazione, scoperta, futuro: ma raccolta del passato, operazione nostalgica, cartolina che si paga per vedere insieme al pubblico “quel film che ho amato da ragazzo”.

Il cinema come rassicurazione per le tasche

La ricetta è semplice. Si punta su un titolo che ha già un pubblico, un ricordo, un “già visto” rassicurante. Si trasforma poi l’uscita al cinema in un evento speciale (e gli eventi attirano gente, creano comunità, ci fanno sentire importanti). Si aggiunge poi un pizzico di sfruttamento di memoria generazionale: i genitori che portano i figli a “vedere come era il cinema una volta” o semplicemente si recano per rivivere un pezzo della propria infanzia. Intanto tu paghi, ti godi la serata soddisfatto e dietro le quinte ci si gode il quasi annullamento del rischio distributivo: un film già noto, con marchio riconoscibile, con un costo inferiore in promozione e una “sicurezza” che un titolo originale non ha. Risultato? Un regalo di Natale di cui sappiamo il contenuto, zero sorprese, zero sbatti.

Il futuro del cinema-museo

Mentre le maestranze cinematografiche lottano con impedimenti statali e una popolazione sempre più assuefatta dallo streaming, la mitica sala dalle poltrone rosse si trasforma in un museo: una proiezione di ricordi anziché scoperta di nuove storie. Da “Lo Squalo” a “Ritorno al futuro”, ogni occasione è buona per trasformare un film in un prodotto-evento. Per carità, economicamente fruttuoso: negli USA il primo ha incassato circa 10 milioni di dollari nel weekend del Labor Day mentre il secondo, in Italia, 40.000 spettatori. Non male. Ma molto male.

Sarò controcorrente, ma il cinema come archivio invece che come frontiera mi ripugna: fatico a cedere alla nostalgia come unica locomotiva del box-office.

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