In Sanremo mi specchio

La 75esima edizione del Festival di Sanremo, la settimana santa: un rituale collettivo a cui è impossibile sfuggire

La settimana santa, ci scherza sui social qualcuno. Ma santa lo è davvero se la si valuta nel suo potere purificante, demonizzante, manifesto: il Festival di Sanremo da 75 anni parla e canta di noi più di quanto immaginiamo.

È un rituale collettivo dimenticato

Alle 20:40 si è lì – anche chi non vorrebbe, anche chi ammette che non gliene frega proprio nulla – con gli sguardi fissi su mamma Rai. Non siamo tutti ma siamo in tanti e questo basta a creare una bolla di sottile piacere della condivisione. L’aria è frizzante come prima della finale di un mondiale che speriamo di vincere. C’è addirittura chi corre alle casse del supermercato e si rifocilla di viveri per la lunga notte.
Ci diciamo “Non resisterò. non lo vedrò mai tutto” e poi ci ritroviamo ad ascoltare la Lucarelli e la Lorusso con due enormi ciliegie in testa al dopo Festival. Con gli occhi gonfi, la playlist su Spotify già salvata per il giorno dopo, ci guardiamo per tentare di capire quale delle 29 canzoni sta canticchiando oggi il panettiere, il tuo collega, il tuo cervello.

Come ci siamo arrivati?

E chi lo sa, è il potere della santità che addirittura si suggella con un messaggio di Papa Francesco. E chi sennò?
Si può arrivare anche a litigare, per Sanremo. Ci legittima ad esprimere opinioni, giudizi sferzanti a 40secondi dall’inizio di una canzone che avremmo, altrimenti, ascoltato distrattamente in tram nel tragitto casa-lavoro. Per Sanremo restiamo sul divano abbracciati a dedicarci del tempo. Condividiamo pareri sui gruppi Whatsapp o meme per sentirci vicini con i pezzi di cuore lontani. Per Sanremo prestiamo finalmente attenzione, aguzzando lo sguardo in cerca del dettaglio che ci legittima lì: un errore, una parola fuori posto, un inciampo, una gag o una gloria.

Sanremo siamo noi

Come quando del catcalling verso una dea chiamata Rose Villain irrompe nei nostri soggiorni e noi ci ridiamo prepotentemente su. Poi ci sale l’amaro, quel rigurgito tra la gola e lo sterno verso la pochezza con cui sono ancora costituiti i rapporti uomo-donna sbattuti addirittura in diretta nazionale.

Ci ricorda chi siamo Sanremo, cosa siamo diventati e anche cosa, potenzialmente, abbiamo in serbo di diventare. Toccando le corde della FOMO e dell’ansia sociale, cavalcando i gap generazionali tra un Massimo Ranieri e un Bresh, ci tiene incollati lì a rifletterci in quello specchio di magnificenza e sciatteria. Ci fa parlare il giorno dopo, ci fa discutere quasi sempre, ci unisce e divide per una settimana, rendendoci addirittura l’illusione di poter conoscere la musica e i suoi poteri, la moda e le sue regole, lo show business e le sue logiche.

Sanremo, l’incredibile carrozzone italiano in cui saliamo tutti. Che lo si voglia o meno.

Una replica a “In Sanremo mi specchio”

  1. Carrozzone Italico, più che italiano, visto il perido in cui ci ritoviamo.
    Il Signor Carlo, dichiarando che la domanda sul suo essere antifascista sia una domanda “anacronistica”, ha affermato di non saper fare I CONTI con il periodo storico che stiamo vivendo.

    Con questa esternazione è finito il “mio” Festival 2025….

    Viva la musica, abbasso Sanremo!

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